Brexit, dieci anni dopo: l’errore nazionale che non doveva accadere


Il 23 giugno 2026 ricorreranno dieci anni dal referendum del 2016 sull’appartenenza del Regno Unito all’Unione Europea: dieci anni da quando il Regno Unito prese una delle decisioni più importanti e, ormai bisogna dirlo apertamente, una delle più sbagliate della sua storia moderna.
Non si trattò di un mandato democratico schiacciante. Fu un risultato molto ristretto — 51,9% contro 48,1% — ottenuto in una campagna satura di distorsioni, esagerazioni e promesse che non avrebbero resistito nemmeno al più minimo esame critico.
Una decisione di enorme complessità fu ridotta a una serie di slogan. Agli elettori non fu offerta chiarezza; fu venduta una certezza laddove certezze non esistevano.
Per chi viveva a Londra e in altre grandi città, il risultato apparve come una frattura con la realtà. Lo shock non derivò soltanto dalla vittoria del Leave, ma dal fatto che essa fosse stata ottenuta su basi così scollegate dalle conseguenze pratiche che inevitabilmente sarebbero seguite. Ciò che emerse non fu l’unità, bensì una divisione: all’interno delle famiglie, delle comunità e dell’intero Paese. Anche tra i miei parenti e amici vi furono rotture che il tempo non è riuscito a sanare completamente.
Il referendum poteva essere consultivo, ma venne trattato come un dogma irreversibile. Il Parlamento, timoroso delle conseguenze politiche, scelse l’obbedienza invece dell’esame critico. Sotto Theresa May, il governo attivò l’Articolo 50 e il Paese entrò in anni di paralisi mascherata da procedura. Non si trattava dell’attuazione di un piano chiaro; era piuttosto la lenta rivelazione del fatto che un piano realmente praticabile non era mai esistito.
Le affermazioni centrali della campagna per il Leave non hanno resistito alla prova della realtà. La promessa di riprendere il controllo ha mascherato una perdita di influenza. Le assicurazioni di benefici economici hanno lasciato il posto a maggiori attriti e a una minore facilità negli scambi commerciali. L’idea che i servizi pubblici sarebbero stati rafforzati non si è concretizzata in alcun modo significativo. Ciò che venne presentato come una liberazione si è spesso tradotto, nella pratica, in una complicazione autoimposta.
Forse ancora più rivelatore è stato il comportamento di alcuni cittadini britannici residenti in Europa. Pur beneficiando dei diritti garantiti dall’Unione Europea — libertà di movimento, facilità di residenza e tutele reciproche — votarono comunque per smantellare il sistema che rendeva possibile la loro stessa vita. Non si trattò di un calcolo razionale, ma di politica dell’identità nella sua forma più pura. La sovranità venne elevata al di sopra delle circostanze concrete, il sentimento al di sopra dell’interesse personale.
Dieci anni dopo, le conseguenze non sono più ipotetiche. La libertà di movimento è scomparsa. Il commercio è diventato più complesso. Le barriere — burocratiche, economiche e culturali — si sono moltiplicate. Eppure i presunti vantaggi restano sfuggenti. I benefici promessi non si sono materializzati in modo chiaro o convincente.
Anche l’indipendenza legislativa, così spesso evocata, si è rivelata in gran parte illusoria. Una vasta quantità di norme derivanti dall’Unione Europea è stata mantenuta perché eliminarla avrebbe provocato il caos. La realtà è evidente: il Regno Unito ha trascorso gran parte dell’ultimo decennio a gestire i danni dell’uscita piuttosto che a godere delle libertà che essa avrebbe dovuto garantire.
L’opinione pubblica è cambiata, e per buone ragioni. Vi è oggi una crescente consapevolezza che la Brexit non sia stata un trionfo della volontà democratica, ma un fallimento del giudizio democratico. Pur non essendo unanime, il cambiamento dell’opinione pubblica è inconfondibile: molti di coloro ai quali era stata promessa la certezza vedono ora il costo di quell’illusione.
Vi è anche una lezione più ampia, e scomoda. Le democrazie non sono immuni dalla manipolazione. Quando questioni complesse vengono ridotte a scelte binarie, quando l’appello alle emozioni prevale sui fatti, il risultato non è l’emancipazione dei cittadini ma la distorsione del processo democratico. Il paragone non è di equivalenza, ma il meccanismo è familiare: lo si è visto, in circostanze molto diverse e ben più estreme, anche in momenti come le elezioni federali tedeshe del 1933, quando la retorica superò la realtà con conseguenze catastrofiche.
La Brexit non è questo. Ma appartiene alla stessa categoria di errore: una decisione presa con fiducia, sostenuta dalla convinzione e successivamente rivalutata alla luce dell’esperienza.
Il problema più duraturo non è semplicemente che quella decisione sia stata presa, ma che sia stato così difficile metterla in discussione. Un voto, una volta espresso, ha acquisito uno status quasi intoccabile, come se la democrazia richiedesse non soltanto il rispetto del risultato, ma anche che esso non potesse mai essere riesaminato, indipendentemente dalla fragilità delle premesse su cui si fondava.
Dieci anni dopo, il Regno Unito non è crollato. Ma non ha nemmeno avanzato i progressi che erano stati promessi. Si trova invece a navigare una posizione più limitata, più complessa e più incerta di quella che occupava in precedenza.
Affermare che la Brexit sia stata un errore non è più una dichiarazione controversa. È una conclusione basata sulle evidenze.
E la vera accusa è questa: si è trattato di un errore che non avrebbe dovuto accadere.

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