Back to Leonardo’s Last Supper

There was a time when you could simply walk into Leonardo’s Last Supper. When I was a child, I spent six months in Milan with my Italian grandparents while our new-build London house was being finished, and I would sometimes go to see it with my grandmother or her friend Anna Wolfesberger. In those happy times one could just turn up, walk in, and more often than not there was hardly anyone else . It felt like stepping into a quiet church and suddenly finding yourself in front of something extraordinary.

That world has completely disappeared. And Milan has changed. Formerly regarded by visitors as just a business and industrial centre it has now become one of Italy’s major tourist meccas rivalling Florence and Rome. This is in large part due to Expo 2015 we also visited. One now has to book a precise time slot to visit Da Vinci’s Last Supper as one now has to for so many of the world’s  cultural treasures.  So I decided we would do it properly and I would take Sandra to see it, choosing my birthday, 8 August, for the visit.

I should have remembered what Milan is like in August: hot, heavy, and draining. Still, we thought we would manage.

We set off from Florence, only to find our Frecciarossa train was running 45 minutes late and still no departure time. A railway official suggested we switch to the Intercity, which we did, and we arrived in Milan only slightly behind schedule but using the same tickets.

Milano Centrale station is a vast Fascist-era building that combines a neo-babilonian monumentality with Art Deco detail. Once criticised, it is now rightly admired.

Outside stands the slim Pirellone skyscraper, designed by Gio Ponti with engineering by Pier Luigi Nervi — a building I remember seeing rise, and one connected to Sandra’s earlier career as an interpreter for the great company involved.

From there came the Metro. In my childhood it did not exist, but today it is indispensable.

We eventually reached the Duomo, where Sandra indulged in the traditional ritual in the Galleria Vittorio Emanuele II: spinning one’s right heel on the bull mosaic’s testicles for good luck and a return to Milan. I joined in, though in the heat I wasn’t entirely convinced I wanted to return unless it was winter.

We passed through the Galleria, now crowded and lined with luxury shops, and sprayed ourself with Chanel.no 5 on the way from the appropriate luxury boutique.

We then explored the Duomo cathedral square, before heading towards Santa Maria delle Grazie. Detours and road closures made the route confusing, but someone we met at a café and who turned out to be a very personable off-duty tourist guide finally pointed us in the right direction.

We arrived with about half an hour to spare.

Everything with regards to Leonardo’s Last Supper known in Italian as Il Cenacolo is strictly timed now. We waited outside with an ice cream and a coffee, watching the minutes carefully, and were admitted exactly on schedule.

Before seeing Leonardo’s painting, we entered Santa Maria delle Grazie itself – the Cenacolo is in the refectory of the Dominican convent attached to the church — a remarkable church poised between Gothic and Renaissance, with Bramante’s dome as its centrepiece.

Then, after the heat, the delays, and the waiting, we finally stood in front of Leonardo da Vinci’s Last Supper.

It is an intensely moving experience, not only because of the painting itself, but because of its fragility and the extraordinary fact of its survival. Much of what is visible is still debated by scholars, though that is not really the point.

The point is simply that it is there.

Leonardo was there.

And for those fifteen minutes, so were we.

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Ritorno all’Ultima Cena di Leonardo

C’era un tempo in cui si poteva semplicemente entrare a vedere l’Ultima Cena di Leonardo. Da bambino, avevo trascorso sei mesi a Milano con i miei nonni italiani mentre la nostra nuova casa a Londra veniva ultimata, e a volte andavo a vederla con mia nonna o con la sua amica Anna Wolfesberger. In quei tempi felici bastava presentarsi, entrare e, il più delle volte, non c’era quasi nessuno. Era come entrare in una chiesa silenziosa e trovarsi improvvisamente di fronte a qualcosa di straordinario.

Quel mondo è completamente scomparso. E Milano è cambiata. Un tempo considerata dai visitatori solo un centro commerciale e industriale, ora è diventata una delle principali mete turistiche italiane, rivaleggiando con Firenze e Roma. Questo è dovuto in gran parte all’Expo 2015, che abbiamo visitato anche noi. Ora bisogna prenotare una fascia oraria precisa per visitare l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci, come ormai è necessario fare per molti altri tesori culturali del mondo. Così decisi che avremmo fatto le cose per bene e che avrei portato Sandra a vederla, scegliendo come data il mio compleanno, l’8 agosto.

Avrei dovuto ricordarmi com’è Milano ad agosto: calda, afosa e snervante. Eppure, pensavamo di farcela.

Partimmo da Firenze, solo per scoprire che il nostro treno Frecciarossa era in ritardo di 45 minuti e che non c’era ancora un orario di partenza. Un addetto delle ferrovie ci suggerì di cambiare e prendere l’Intercity, cosa che facemmo, e arrivammo a Milano con un leggero ritardo, ma con gli stessi biglietti.

La stazione di Milano Centrale è un imponente edificio di epoca fascista che combina una monumentalità neobabilonese con dettagli Art Déco. Un tempo criticata, ora è giustamente ammirata.

Fuori si erge l’elegante grattacielo Pirellone, progettato da Gio Ponti con l’ingegneria di Pier Luigi Nervi: un edificio che ricordo di aver visto sorgere e che è legato alla precedente carriera di Sandra come interprete per la grande azienda coinvolta.

Da lì abbiamo preso la metropolitana. Nella mia infanzia non esisteva, ma oggi è indispensabile.

Alla fine siamo arrivati ​​al Duomo, dove Sandra si è abbandonata al tradizionale rituale nella Galleria Vittorio Emanuele II: far girare il tallone destro sui testicoli del mosaico del toro per buona fortuna e per un ritorno a Milano. Mi sono unita anch’io, anche se con quel caldo non ero del tutto convinta di voler tornare a meno che non fosse inverno.

Abbiamo attraversato la Galleria, ora affollata e fiancheggiata da negozi di lusso, e ci siamo spruzzate di Chanel n. 5 all’uscita, dopo essere uscite dall’apposita boutique di lusso.

Abbiamo quindi esplorato la piazza del Duomo, prima di dirigerci verso Santa Maria delle Grazie. Deviazioni e chiusure stradali hanno reso il percorso un po’ complicato, ma una persona incontrata in un bar, che si è rivelata essere una guida turistica fuori servizio molto gentile, ci ha finalmente indicato la giusta direzione.

Siamo arrivati ​​con circa mezz’ora di anticipo.

Tutto ciò che riguarda l’Ultima Cena di Leonardo, nota in italiano come Cenacolo, è ormai rigorosamente cronometrato. Abbiamo aspettato fuori con un gelato e un caffè, tenendo d’occhio i minuti, e siamo entrati esattamente all’orario previsto.

Prima di ammirare il dipinto di Leonardo, siamo entrati nella chiesa di Santa Maria delle Grazie: il Cenacolo si trova nel refettorio del convento domenicano annesso alla chiesa, una chiesa straordinaria in bilico tra gotico e rinascimentale, con la cupola del Bramante come elemento centrale.

Poi, dopo il caldo, i ritardi e l’attesa, ci siamo finalmente trovati di fronte all’Ultima Cena di Leonardo da Vinci.

È un’esperienza profondamente toccante, non solo per il dipinto in sé, ma anche per la sua fragilità e per lo straordinario fatto che sia sopravvissuto. Gran parte di ciò che è visibile è ancora oggetto di dibattito tra gli studiosi, ma non è questo il punto.

Il punto è semplicemente che è lì.

Leonardo era lì.

E per quei quindici minuti, lo eravamo anche noi.

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