Pace Pacini…
Mediocrità nel mondo musicale? Si. Ce ne sono tanti e molti indicheranno il veneziano riportato alla notorietà attraverso un dramma del Novecento: Salieri. Ovviamente è in gran parte una finzione drammatica e inventata per l’effetto scenico. Ma come in tutte queste cose c’è un briciolo di verità. Il guaio è che Salieri fu colpito più da un delirio mentale: dall’idea di essere l’avvelenatore di Mozart che, ovviamente, non fu: Wolfgang morì invece di febbre reumatica.
Non riesco a credere come Antonio sia tornato alla moda dopo quel film. Intendiamoci, la musica di Salieri era considerata abbastanza buona ai suoi tempi. Anche Beethoven si sentì ispirato a scrivere una serie di dieci variazioni su uno dei suoi temi. E Salieri era un vero maestro dell’opera francese riformata à la Gluck. testimone “Les Danaides”.

Anch’io ero molto stimato ai miei tempi. Un forte concorrente di Rossini? Un rivale della supremazia melodica di Bellini o dell’abile ingegno di Donizetti? Infatti. Molti melomani lo pensavano. Il punto è, tuttavia, che, a differenza di altri che potrei nominare, mi sono ritirato con grazia quando è arrivato il mio tempo. Sapevo che non avrei potuto tenere il passo con quelle nascenti stelle della composizione… e per quanto riguarda il giovane Verdi? Cristo! Dissi addirittura nelle mie memorie di aver confessato di essere stato superato dal divino Vincenzo Bellini, fatto testimoniato dalla mia Messa di Requiem scritta in omaggio al grande Catanese. (A proposito, pur essendo di origini toscane anch’io sono nato a Catania.)
Eppure da giovane ero considerato un degno successore di artisti del calibro di Cimarosa e della scuola operistica italiana. Sono stato festeggiato nei grandi teatri d’Europa e, soprattutto, adorato da numerose donne. I cantanti si prostrarono ai piedi miei nella speranza di ricevere una delle mie arie ed esultare come primedonne. Le ballerine danzavano implorante davanti a me con le loro piroette. Ammetto che ero un bel giovane gentiluomo e un compositore geniale per giunta.
Tuttavia, nelle mie memorie, ho menzionato il mio amore più grande solo di sfuggita. Solo due righe per la donna più bella dell’Impero. Lei che, scolpita nuda da Canova come regalo di anniversario di matrimonio del marito, alle lingue scandalizzate ha risposto con “in effetti il mio boudoir era ben riscaldato”.
Lei, il cui padre aveva dichiarato di aver dovuto scegliere tra le proprie ambizioni e tenerla d’occhio…. e avrebbe dovuto aver fatto la prima scelta perché la sua vita sarebbe stata molto più facile. Da qui la posizione relativamente modesta di Carlo Maria nella società Corsa. Non importa, suo figlio Napoleone si è assunto l’importante compito di realizzare le ambizioni familiari!
Si direbbe che oggi ventisei anni di differenza tra me e Paolina non siano scandalosi. Ai miei tempi, tuttavia, non avrei potuto sposarla, quella pantera selvaggiamente tentatrice, quella quasi Messalina in una tunica di seta neoclassica. In ogni caso Paolina era ancora sposata con il conte Borghese pur non convivendo più con lui. Come disse uno spirito dell’epoca, faceva l’amore con una moltitudine di uomini e… talvolta anche con suo marito. Che donna frenetica era! Anche pressoché isterica. Paolina avrebbe potuto essere la base per molte delle eroine dei quasi ottanta melodrammi che ho scritto nel corso della mia vita. La nostra relazione era scatenata, tesa ma sempre affettuosa… alla fine.
Ciononostante Paolina minacciava di suicidarsi se il suo Nino (è il soprannome che mi aveva dato) l’avesse lasciata e mi tormentava con una lista di nomi di ballerine e soprani con cui avrei dovuto avere relazioni. Così noioso! Così falso!
Stava diventando tutto un po’ troppo per me e dopo uno sdolcinato eccesso di postulazioni, passioni e suppliche decise che avrei preferito un matrimonio convenzionale con una donna più in linea con la mia età e classe. L’ho detto a Paolina senza mezzi termini. Erano finite le nostre scappatelle nei pergolati silvestri di Bagni di Lucca e nella Villa Reale vicino alle terme, dove ci divertivamo nelle acque termali che riempivano i suoi bagni di marmo. Lo stesso vale per la villa che Paolina aveva costruito come nido d’amore a Viareggio. Con le sue incrostazioni di stucchi e scene erotiche mitologiche questa si era trasformato per me in un mausoleo. Ho pensato, lasciamo che Paolina la seppellisca nei suoi sgargianti pergolati! Lasciala languire nei suoi screziati giardini estivi. Lascia che si affoghi in lacrime di rettile prima di inghiottirmi con i suoi morsi inevitabilmente mielati! Quella villa, una volta in riva al mare, ora nel centro di un resort mondano. Ora, con il suo magico giardino ricoperto di condomini per le vacanze… quel centro degli sport afrodisiaci più intimi e avventurosi del nostro amore
E così lasciai la mia Paolina e non dissi più una sua parola a nessuno. Né mi sono limitato a dire, nelle mie memorie postume, di aver incontrato solo una volta Venere eternamente vittoriosa. In realtà era così triste. Alla fine Paolina si rassegnò a una solitudine totale dalla quale la morte la liberò presto con amore perché morì poco dopo di cancro al fegato all’età di sole quarantacinque anni.
Eppure l’ironia della sorte è che – com’è naturale per chiunque o qualunque cosa sia veramente bella – Paolina Bonaparte è ricordata per sempre mentre io, Giovanni Pacini, sono dimenticato. Io, il compositore più celebre dell’epoca. Sono l’autore di oltre settanta melodrammi che procedono da “Adelaide e Comingio” a “Il Barone di Dolsheim” a “La Schiava di Bagdad” a “Alessandro nell’Indie” a “Gli Arabi nelle Gallie”. Io, autore della “Sinfonia Dante”, commissionata per la commemorazione fiorentina del seicentesimo anno della nascita del “sommo poeta”. Io, il grande insegnante di musica e direttore del conservatorio di Lucca, originariamente intitolato a me ma ora ribattezzato con il nome di qualcuno altrettanto prolifico, ma non nell’opera, piuttosto nei quintetti d’archi, uno dei quali che racchiude quel minuetto familiare.
Io, il compositore più celebre dell’epoca dimenticato per sempre?
Non posso fare a meno di pensare che non diventerò mai così famoso come lo fui nel calore dei teatri d’opera europei dell’Ottocento e certamente non ruberò mai un barlume di luci della ribalta a quel giovane grande amore della mia vita: Maria Paola “Paolina” Bonaparte”. Basta che sia Lei, l’amata Paolina la gioia suprema della mia vita, l’estasi sublime dell’amore eterno che sia sempre ricordata nel freddo marmo e nel infuocato eccelso che accoglie ogni amante di passione e di bellezza perfetta.

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Grazie!