IL PONTE ATTRAVERSO IL MILLENNIO
C’era questa sensazione di pulsazione: che la città aveva cominciato a rivendicarsi, o, almeno, aveva iniziato a ripercorrere il suo fiume: una città di guglie, cupole e case, banchine e insenature, frontoni e colonne, riflesse nello specchio lucente d’acqua ora tramutata in un oscuro blu dal crescente azimut. Il ponte era una bacchetta reclinata, un vagabondo risorgente nel tempo che tagliava gli eoni come una sega elettrica attraverso il legno di ebano, collegando il presente con le corti dei mercanti, le grida delle strade, i piccoli cortili e i vicoli di un’altra epoca, incantando ricordi oscuri dei loro recessi arcani.
Finalmente attraversai quelle grandi acque accompagnato da voci umane invece che dall’angoscia meccanizzata di traffico. Il ponte sembrava lanciarsi come una nave su un oceano ventilato, ondeggiandomi dolcemente e sconcertando i miei passi. A un’estremità del passaggio aereo, tra due pareti di un canyon, si ergeva la galleria illuminata come un elemento geologico sorvolato da Ulisse, una roccia sferragliante, un mostro bruciato dal sole con il suo collo di torre alto sopra gli umidi prati estivi. Dall’altro si alzava la cupola celeste come la bianchissima corona di un dio, circondata da colonne come gli allori, e il suo portico semicircolare del transetto accoglieva il mio arrivo.
E il ponte stesso, una scheggia dell’acciaio più affilato scagliato attraverso come un fulmine mercuriale illuminato da freddi flussi di luce, trasportava i cittadini scarcerati della vasta città, finalmente liberati dal loro accalcarsi sui marciapiedi, dalle loro negoziazioni per strada, dall’emarginazione da parte della decomposizione, muri di cemento di un organismo che sembrava aver chiuso loro le porte.