Michaelangelo’s Secret Room

Below Michelangelo’s New Sacristy, in the Medici Chapels of Florence’s San Lorenzo church there is a small and mysterious space, known as Michelangelo’s secret room. It is here that the great artist hid for some weeks to escape the death sentence. In 1530, the Medici had just returned to Florence and all those who had actively taken part in the Florentine Republic (1527-1530) were wanted, including Michelangelo.

Here are some of the masterworks the sculptor created for that new sacristy which counter-balances the old sacristy by the architect of San Lorenzo, Brunelleschi.

In 1975, during renovation work, some drawings, sanguine and charcoal sketches re-emerged from the walls of that small room. Many of these refer to Michelangelo’s memoirs or projects of his works. Among the latter there’s the Allegory of Night: a sketch for a statue – which Michelangelo would later create, once he had reconciled himself with the Medici family – still visible in the New Sacristy… the last Florentine masterpiece he sculpted before his final departure for Rome.

We were privileged to see this arcane chamber after having been accepted for a booking five months previously. Only a limited number of persons are allowed at any one time here and of the four booked we were the only two who turned up yesterday in one of Florence’s rainiest days this year. Thoroughly soaked we were admitted down a steep passageway behind the famous statues of Day and Night sculpted by perhaps the greatest artist of the renaissance.

We were thus the only two in Michaelangelo’s hidey hole for a good half-hour … apart, of course, from our guardian, a very personable and well-informed young man from Catania. He filled us in with details about the amazing charcoal sketches, some with sanguinia red pencil touches.

Here is a selection of the photos we took of this hallowed recess. Maybe you may recognize the proto-shapes of statues to come from Mr M. Buonarroti?

It was an amazing experience to be there and think about the confinement in such a small space of this very great artist. I pondered on works of art written in prisons and hidden places: Pellico’ with his ‘Confessions of an Italian’, Dostoyevsky, Ezra Pound and Louis Wain were all names that jumbled into my mind. Does physical confinement open the mind I wonder?

Returning to the new sacristy we entered the huge mausoleum the Medicis built for their family which became extinct with the death of the imbecile Gian Gastone in the eighteenth century. However, all that pomp of marble and gold counted for nothing to me when compared to one of Michaelangelo’s sketches when he was forced to be immured to save his life.

We exited into the the market surrounding the fine Brunelleschi church of San Lorenzo with the rain still pelting down and headed for a bar down a street lined by stalls, almost all of which were manned by orientals selling not so much mangoes and idols but Florentine leather bags …perhaps made in China?

By the evening the rain had ceased and we were able to enjoy the classic view of Florence from the Piazzale named after the city’s greatest artist

Searching through my photos I came across these recording a visit there in 1983.. I would not have recollected the visit if the photos were not there to prove it had occured. I do not know whether we had to book it or even pay for it. Perhaps there was less hype then about the place and, having gained entry to the new sacristy, there would have been no fuss about showing us the secret room. We were young then and married for less than ten years. Hopes sprang eternal: some realised, others, like wanting to have children, dashed to the ground. It was lovely, therefore, to say that we have returned over forty years later to an admired spot of our youth.

Bagni di Lucca Creative Writing Course – Exercise 6 Tripartite Narrative techniques.

L’EREDITÀ 

Nel buio della notte mentre la pioggia batteva contro i vetri della sua modesta dimora, Sofia ricevette una telefonata che avrebbe cambiato la sua vita per sempre.

Sofia sembrava più giovane dei suoi anni e, in più, conservava uno spirito giovanile. Abitava sola nell’ultimo piano di una palazzina vicina al mercato di Tours nel mezzo della Francia.

Per guadagnarsi la vita Sofia faceva l’interprete. Conosceva cinque lingue e il Francese lo parlava con la pronuncia ottima di quella città. Il suo impiego però si faceva parecchio scarso ora che più persone conoscevano lingue straniere. Cosi era costretta a doversi stringere la cinghia.

Dal suo letto, coperto da una trapunta multi-colorata che aveva speso anni a cucire, si avviò verso la cucinetta a bollire il caffè. Aprendo le finestre su una giornata indecisa tra fare pioggia o sole si ricordò di quella telefonata notturna:

‘Pronto. Si può parlare con la signora Sofia Meneghini?’ chiese una sobria voce maschile.

‘Chi parla?’ domandò Sofia.

‘Sono Helmut Weber, l’avvocato del conte Valentin Esterhazy. Si prepari per una notizia importante. Il conte l’ha lasciato un’eredità notevole. ‘

‘Eredità…notevole?’ echeggiò Sofia.

‘Per sapere di più deve dirigersi verso la casa di Sua madre deceduta. La incontrerò li. Va bene domani alle dieci?’

‘Sì, certo, ’ rispose Sofia sorpresa.

Con il cuore pieno di speranza e timore, si diresse verso la vecchia dimora di famiglia, la sede dell’eredità misteriosa che le era stata promessa. Il cancello cigolante si aprì lentamente davanti a lei, svelando un giardino selvaggio e oscuro. 

Dalla morte della mamma cinque anni fa non aveva più visitato il luogo dove aveva vissuto i suoi anni più teneri e felici. Come una memoria nascosta, la dimora emerse dalle tenebri.

L’avvocato la aspettava con espressione sobria ma simpatica. 

Diede Sofia la mano e poi la porse una lettera. 

‘Questa mi è stata consegnata dal Conte Esterhazy poco prima che morisse.’

Sofia aprì la busta e lesse la prima frase.

‘Lascio a Sofia il mio palazzo nella Pannonia.’

‘Pannonia? Non si trova mica in Ungheria? In quel paese, però, non conosco nessuno, ‘ esclamò Sofia.

Sbalordita continuò, ‘Come potrei io mai essere l’erede di un palazzo? E questo conte? Chi era?’

‘Finisca di leggere’, supplicò l’avvocato Weber.

Scritte in una calligrafia lucida e raffinata, seguivano queste parole. 

‘Ero in viaggio in Italia quando trovai amicizia in un incontro con Marta. Suo marito, in servizio con l’UNESCO in Libano, era assente. Una relazione cominciata con amicizia si sviluppò ben presto in qualcosa di più. L’ardore di passioni quasi obliate c’infuocarono. Trapassando le rigide moralità della nostra epoca ci siamo immersi uno con l’altra in un supremo bacio d’amore.  Anche i sentimenti celestiali hanno il loro termine e venne l’ora per dirci l’addio sapendo che lei, Marta, era già incinta!’

Rifletté Sofia pensando alla mamma in quella situazione.

Continuò a leggere.

‘Il marito di Marta ritornava alla fine del mese. Che doveva fare? Confessare? Abortire? Evadere? Suicidarsi? Ha deciso Marta. Disse “Abbiamo sempre voluto un figlio. Assomigli tanto nella tua fisionomia al marito. Passerò il figlio come quello di Aldo, mio marito. Non temere. Non dirò niente. La verità nessuna lo saprà.”

‘Infatti, nacque una squisita bambina. Il bello era che il marito non sospettò niente! Persino i suoi occhi erano verdi come quelli del marito.

La lettera stava diventando sempre più coinvolgente.

Arrivarono le ultime righe

‘Due anni dopo Marta ebbe una notizia terribile. Il marito fu ucciso mentre era in servizio in un agguato a Beirut da terroristi islamici. Vidi allora che potrei essere d’aiuto. E così mensilmente ho fornito una somma alla Sua mamma, rimasta con risorse limitate’.

Sofia si rese conto che era forse per questo in gran parte che aveva potuto fare delle vistosissime vacanze, godersi vestire nelle mode più eleganti, non mancare nulla…fino alla morte dell’amata mamma.

Divisa tra amore per la scomparsa madre e disprezzo per la sua falsità a non confessare il suo tradimento Sofia riflesse. Doveva ora accettare il fatto che il suo padre fosse una tutt’altra persona.

‘Dai, non sono una moralista. I tempi sono cambiati intanto. Anch’io ho avuto le mie avventure ma con la differenza che non mi sono mai sposata. Infatti dovrei ammirare mamma per il coraggio a seguire il suo capriccio di libertà sentimentale in quell’epoca’.

La lettera non era ancora conclusa. Sofia lesse:

‘infine, rimasto senza eredi passo il mio titolo e tutti i miei beni alla Sofia, figlia del nostro amore.’

Sentì uno spasmo percorrere le sue membra. ‘Ma possibile tutto questo?’ pensò.

Disse l’avvocato. ‘Se desidera, si potrebbe organizzare un viaggio a Pannonia.’.

Sofia balzò di gioia. Amava sempre viaggiare e ora avere la possibilità di arrivare ad una meta che sembrava promettere così tanto per la sua vita….o no?  Entravano dubbi nella sua mente. Poteva tutto essere un trucco? Esisteva veramente il conte Esterhazy? E quell’avvocato lo era di sicuro?

Nella vita si sono occasioni quando i dubbi hanno ragione e fanno fruire e quando hanno torto e impediscono i nostri piani. Il problema è di sapere distinguerli. Non c’è esistenza senza rischi. Non c’è realtà senza incogniti. Non ci sono vette conquistate senza coraggio né ideali concretizzati senza ardimento.

E così fu per Sofia. Prendendo il treno Espresso Orientale, attraversando le Alpi, entrando nelle distese pianure dell’Ungheria Sofia procedette a visitare il palazzo di Pannonia. Li, con ogni certezza che vibrava nel suo corpo,  trovò tutto quello che aveva sognato nella vita, tutto quello che aspirava in sé.

Una visione tangibile, un sogno vero? Davanti ai suoi occhi sorgeva un palazzo sfarzoso congiunto in un parco esteso con boschi di alloro, fontane di ninfee, cervi , e colombe.  Entrò nella sua futura dimora con stanze eroticamente affrescate, una sala da ballo con specchi argentei e colonne dorate, una piscina turchese con idro-massaggio, un maneggio di dieci bianchi cavalli Lipizzaner. Un vento dolce faceva tremare le foglie appena sbocciate nella mattina di primavera.

Vediamola ora su un cavallo bianco abbracciata dai raggi di un fervido tramonto. Dove procederà. Forse in cerca del suo principe, del suo vero capriccio? Chissà?

‘Ora però sono diventata la contessa Sofia Esterhazy’ disse a se stessa.

 

Bagni di Lucca Creative Writing Course – Exercise 5 An Imaginary City

IL PONTE ATTRAVERSO IL MILLENNIO

C’era questa sensazione di pulsazione: che la città aveva cominciato a rivendicarsi, o, almeno, aveva iniziato a ripercorrere il suo fiume: una città di guglie, cupole e case, banchine e insenature, frontoni e colonne, riflesse nello specchio lucente d’acqua ora tramutata in un oscuro blu  dal crescente azimut. Il ponte era una bacchetta reclinata, un vagabondo risorgente nel tempo che tagliava gli eoni come una sega elettrica attraverso il legno di ebano, collegando il presente con le corti dei mercanti, le grida delle strade, i piccoli cortili e i vicoli di un’altra epoca, incantando ricordi oscuri dei loro recessi arcani.

Finalmente attraversai quelle grandi acque accompagnato da voci umane invece che dall’angoscia meccanizzata di traffico. Il ponte sembrava lanciarsi come una nave su un oceano ventilato, ondeggiandomi dolcemente e sconcertando i miei passi. A un’estremità del passaggio aereo, tra due pareti di un canyon, si ergeva la galleria illuminata come un elemento geologico sorvolato da Ulisse, una roccia sferragliante, un mostro bruciato dal sole con il suo collo di torre alto sopra gli umidi prati estivi. Dall’altro si alzava la cupola celeste come la bianchissima corona di un dio, circondata da colonne come gli allori, e il suo portico semicircolare del transetto accoglieva il mio arrivo.

E il ponte stesso, una scheggia dell’acciaio più affilato scagliato attraverso come un fulmine mercuriale illuminato da freddi flussi di luce, trasportava i cittadini scarcerati della vasta città, finalmente liberati dal loro accalcarsi sui marciapiedi, dalle loro negoziazioni per strada, dall’emarginazione da parte della decomposizione, muri di cemento di un organismo che sembrava aver chiuso loro le porte.

Bagni di Lucca Creative Writing Course – Exercise 4 Description of a Meeting Place

Entrate pure liberamente in questo celebre e sfarzoso caffe-bar, uno dei più eleganti nella nostra bella città marittima. Osservate le sue decorazioni, gli affreschi di ninfe seducenti, sdraiate su prati di margheritine, gli stucchi rococò, i vetri tinteggiati, i sofà di velluto, i tavolini di mogano e, sentite soprattutto il profumo invitante di un ottimo caffè mescolato con i dolci aromatici di vaniglina e cinnamomo, mandorle e aranci.

Non sorprendetevi se queste pareti possano parlare. Sentiamo da tempo le chiacchierate che si tengono in questo locale, i discorsi dall’irredentismo al futurismo, dall’impero alla repubblica. Sniffiamo i profumi delle signore di un’altra epoca con le loro sottane lunghe, le loro perline, i loro cappelli svolazzanti come le piume di volatili esotici, i loro ventagli loquaci. Osserviamo i nostri habitué con assiduità. Li ricordiamo bene ed entriamo nelle loro trame, i loro pensieri, le loro speranze, le loro delusioni, i loro amori più intimi.

Quanti clienti sono venuti qua attraverso gli anni! Penso solo a due signori che forse anche voi ricorderete, anche se sono passati più di cent’anni che si sono incontrati. Uno, originario del luogo, nato nel pieno della civiltà ‘mittel-europea’. L’altro un forestiero, abitante di una lontana isola verde immersa nell’Atlantico, possente di una civiltà celtica.

Come si sono incontrati? Di che cose parlavano? Prima di tutto mi rammento che non si capivano per niente. Maestri ambedue delle parole non potevano usarle poiché le loro lingue, il loro vocabolario erano talmente diverso. Che peccato che tra le arti che creano gli uomini sia proprio la letteratura che soffre di più! Se erano musicisti, potevano benissimo suonarsi il bel pianoforte Bosendorfer nel nostro caffè. Se erano pittori, si potevano osservare i propri quadri. Ma cercare di scambiarsi i libri o addirittura le parole quando uno non conosce per niente la lingua di un altro? Sarebbe come suonare una sinfonia a un sordo oppure dare un quadro a un cieco. Che torre di babele! Mai possibile che tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole e che tutti si capivano? O no?

Eppure è stata la lingua, o meglio la sua assenza che li attirava. Quell’uomo più alto, con occhiali spessi e baffetti biondi, vestito piuttosto disordinatamente in giacca color paglia consumata male ai gomiti, non parlava italiano e quello più tondo, più basso in giacca scura e colletto ad aletta con un bel paio di baffi, aveva bisogno di sapere l’inglese, o almeno l’inglese d’ufficio, poiché il suo cognato lo spediva in Inghilterra per dirigere una fabbrica di vernice sulle sponde del Tamigi.

Due scrittori. Vi faccio indovinare chi erano! Due nomi assolutamente immortali!

 Intanto perché non ordinate un Nero in B oppure una Goccia poiché siete qui. E se volete un cappuccino, ricordate che qui dovete chiedere per un caffelatte? E perché non accompagnare il caffe con un dolce Rigojansci al Dobos – sette strati di biscuit, l’ultimo caramellato e alternati da cioccolata? Kaffee und Kuchen bitte?

Bagni di Lucca Creative Writing Course – Exercise 3 Sketch of a City

Chi Si Stanca di Londra Si Stanca della Vita

La bellezza di Londra non è una semplice bellezza estetica come, per esempio, si potrebbe trovare in città come Parigi o San Pietroburgo. E’ invece una bellezza di varietà, di una mescolanza di stili architettonici imposti uno sull’altro, un pasticcio di strade eleganti dove, girando l’angolo, ci si trova nelle viuzze più povere.

Gli inglesi sono noti come individui eccentrici e perfino il grande architetto Sir Christopher Wren, colui che edificò la cattedrale di Saint Paul, non poteva ricostruire Londra ‘alla neo-classica’ come desiderava dopo il grande incendio del 1666, ma doveva rispettare la planimetria delle vecchie vie tortuose. Un Haussmann parigino non avrebbe trovato lavoro in questa città!

Allo stesso tempo ci sono sviluppi dalla fine del seicento quando i lord, che possedevano grandi poderi attorno alla citta, vendettero i loro terreni per lucro e fecero nascere le favolose piazze come Berkeley square, Belgrave square, e Grosvenor square che sono così diverse dal concetto di piazza Italiana. In Italia ci s’incontra ‘in piazza’, in Inghilterra ci si trova, invece, pace e tranquillità nel verde: una volta piazze-giardini appartenenti solo alle case a schiera circostanti, e ora, per la più parte aperte al pubblico che trova squisite oasi nel subbuglio della città.

Come scrisse il grande letterato Doctor Samuel Johnson, compilatore del primo dizionario della lingua inglese: “quando una persona è stanca di Londra, è stanca della vita; perché a Londra c’è tutto ciò che la vita può offrire. ”

Questo senso di varietà e sorpresa si trova in modo esemplare in due chiese situate nella zona di Mayfair che, sebbene, dia l’impressione di essere un quartiere molto elegante, ha anch’essa una varietà immensa di stili di vita e di architettura.

Le due chiese sono separate da un ameno giardinetto che, come tanti altri piccoli spazzi di verde nel centro di Londra era una volta un camposanto. Da un lato del giardino chiamato Mount Street Garden, un giardino propriamente segreto perché pochi sanno della sua esistenza ma un luogo che tra i suoi platani – alberi tipicamente londinesi – serba le camelie, le giapponiche, un salice cinese e una palma di datteri delle isole canarie – si erge la chiesa dell’Immacolata Concezione, la prima chiesa Gesuita costruita dopo la riforma protestante. Mi sono trovato in questo tabernacolo di sontuosità l’altra domenica, dove ho assistito alla S Messa solenne celebrata in Latino con canti gregoriani e un coro che non può essere descritto che paradisiaco.

Non esito a dire che anche i parrocchiani erano di tutte le varietà dai lord a quelli che ahimè, sempre di più si trovano a dormire sui marciapiedi di Londra. Tutti erano accolti con grande fraternità. Infatti, il segno di amicizia dato alla Messa celebrata in Inghilterra è più un abbraccio che uno stringere di mani. Non potevo credere che questa fu la stessa chiesa che rifiutò l’accesso al grande scrittore Oscar Wilde quando voleva studiare gli esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola, dopo avere servito due anni nella prigione di Reading (la sua cella ora diventata un luogo quasi di pellegrinaggio) per atti, a quei tempi verso fine dell’ottocento, considerati sodomitici.

L’architetto di questo tesoro di chiesa fu Joseph John Scoles ed è stata aperta al culto nel 1849. Scoles è un architetto particolarmente interessante perché, invece di limitarsi a studiare libri sull’architettura, fece lunghi viaggi, oltre il grand tour dell’Italia, alla Nubia, alla terra Santa, e nell’ora cosi triste terra della Siria.

La Chiesa dell’Immacolata Concezione s‘inspira al gotico detto ‘decorato’ e, in particolare, alla cattedrale francese di Beauvais. Non potrei nemmeno cominciare giustamente a descrivere gli splendori che si trovano nell’interno di questo edificio. Sembra che ogni parete sia piena di colore, ogni finestra splendente di sfumature. Anche le colonne sono eseguite in modo che si aprono in piccole cappelle e confessionali.

La gloria principale della chiesa, però, rimane l’altare maggiore, un capolavoro di Augustus Pugin che molti ricorderanno per il suo lavoro sulle iconiche Case del Parlamento Britannico.

Come apposito per tale chiesa, l’organo, con le canne multicolorate, è posto ai fianchi di un rosone di bellezza incandescente.

Eppure ci saranno tanti lettori che diranno ‘vanitas vanitatum’. OK, basta uscire da questa chiesa, fare una passeggiata di cinque minuti attraverso Mount Street garden e troverete un’altra chiesa di una differenza assoluta.

Qui regna la semplicità totale. Qui, infatti, ci si trova presso l’ispirazione originale di tutte quelle caratteristiche chiese americane del New England e del Deep South. Qui, nella Grosvenor Chapel si entra proprio nell’atmosfera del film ‘via col vento’.

Costruita nel 1731 (e anglo-cattolica) la chiesa ha vantato molti famosi parrocchiani come la fondatrice del sistema d’infermiera, Florence Nightingale, il poeta John Betjeman e la grande scrittrice del settecento che visse nell’impero ottomano, Lady Mary Wortley Montague. Durante l’ultima guerra fu anche luogo di raccoglimento per le donne e gli uomini americani coinvolti nelle forze armate e nell’invasione di D-Day che liberò l’Europa dal flagello nazista.

A questo punto forse mi chiederete ‘ma che chiesa preferisci?’ Dirò solo questo: che la vita consiste di emozioni di estasi e di tranquillità. Le lacrime possono essere di gioia quanto di tristezza. La bellezza può consistere nell’osservare un merlo quanto un uccello del paradiso, una margherita quanto una strelitzia. Ci sono momenti dove uno ha bisogno di una purezza austera e semplice, e altri momenti dove uno vuol essere confortato da visioni di esaltazione.

Esco dal semplice porticato della chiesa. Osservo quel cielo, né scuro né chiaro, ma sempre in movimento con le sue nubi e qualvolta minaccioso con i suoi colori di piombo.

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Mi sento avvolto dal fruscio di quel persistente, seducente vento della città che fa risuonare le foglie dei suoi alberi e fa vibrare immagini streganti, quel vento che si sente quasi come il proprio respiro, un respiro cosmico che genera immagini evanescenti, misteri inspiegabili, coincidenze senza chiarimento, enigmi senza decifrazione: un continuo rebus di parchi e case cambiati ma immutati, di gente scomparsa, di amori spariti, di nuove stagioni di speranze come le bolle di sapone.

Scegliete come e quanto vi pare. La varietà di Londra, ritornando alle parole del Doctor Johnson, non stanca mai…. se non a quelli stanchi della vita propria!

Bagni di Lucca Creative Writing Course – Exercise 2 Photographic Vignette

In una giornata grigia di tarda estate una ragazza si trovò su una piattaforma di una stazione deserta. Accovacciata presso a una rotaia, pensò:

“Mi domando che faccio qui? Sola, soletta. Vicina a un binario solitario”.

“Sono riuscita a tenermi pulita.  Vestita per bene e i miei sandaletti con i tacchi non sciupati. Anche il mio vestitino non ha una macchia. Spero che l’anima mia sia altrettanto pulita”.

“Perché mai sono partita? Che mai ho lasciato? La mia famiglia. La mamma. Il mio amore?”

“Per andare dove? Mi avevano promesso il mondo. Una buona paga. Anche il proprio alloggio. Come potevo mai fidarmi di tutte quelle lusinghe?”.

Così rifletté.

Aveva fatto la scuola fino alla media. Con le sue lingue. Nessuno in famiglia era capace di parlare l’italiano come lei. Faceva come interprete nella sua famiglia e poteva benissimo eseguirla per un’impresa – qualsiasi – quando ora c’era cosi tanto interesse nelle iniziative orientali.

Continuò a rimuginare.

“Eppure, eppure per qual motivo idiota mi sono lasciata tentare da promesse impossibili. Mi sono poi trovata in quello che non poteva essere altro che un bordello. Prigioniera. Luchettata in una stanzina buia ad aspettare il mio primo cliente.”

“Mi è venuto in testa un piano. Ho chiesto di andare al bagno. Speravo almeno lì di forse trovare una finestra. Una finestra abbastanza piccola da evadere dai miei aguzzini. Poiché sono piccola, snella”.

“Mi hanno lasciato andare al bagno e mi hanno anche permesso di chiudermi dentro a chiave. I nostri dei hanno sicuramente riflesso la loro luce su di me.

“Per fortuna per assoluta coincidenza c’era una finestrella. Picciola ma abbastanza grande per me di far entrare il mio corpicino dentro le sue dimensioni. E che cosa ci sarebbe stato dall’altra parte? Uno strapiombo, un vuoto sconosciuto?”

“Guardo fuori. Incredibilmente sembrava poco meno di un metro”.

“Rabbrividì pensando a quello che mi potrebbe essere successo”.

“Mi sono buttata e mi sono trovata su un praticello davanti al quale passava una stradetta. Ero circondata da margheritine. Per me sembravano le prime amiche in giorni che avevo incontrato. Mi davano confidenza. Ho sentivo il fischio di un treno. Mi trovavo per certo vicina una stazione. Mi sono alzata dal prato. Ho seguito il suono del fischio. Correndo sono entrata in una stazione di periferia. Dentro non c’era nessuno”.

“Non avevo una lira addosso. Mi avevano tolto tutto: portafoglio, carta d’identità tutto nella borsetta di camoscio della quale ero molto affezionata. E adesso aspetto qui. Ci sarà un treno? Un treno per portarmi via dove? Non certo nel paese delle meraviglie ma lontano da questo luogo infame. Lontano e forse sempre vicino alla mia amata famiglia, alla mia amatissima madre e forse potrei asciugare le sue lacrime. L’assenza può sempre alimentare l’affetto”.

Chissà cosa gli sarà successo. Non sarà mai più vista. Avrà ritrovato la sua casa, la sua gente, il suo rifugio di mali perenni del mondo, il suo amore, il suo vero destino?

Binario solitario. Binario, triste e solitario. Portala via col treno dell’amore. Ma non portare via la sua giovinezza!

Bagni di Lucca Creative Writing Course – Exercise 1: Monologue

Pace Pacini…

Mediocrità nel mondo musicale? Si. Ce ne sono tanti e molti indicheranno il veneziano riportato alla notorietà attraverso un dramma del Novecento: Salieri. Ovviamente è in gran parte una finzione drammatica e inventata per l’effetto scenico. Ma come in tutte queste cose c’è un briciolo di verità. Il guaio è che Salieri fu colpito più da un delirio mentale: dall’idea di essere l’avvelenatore di Mozart che, ovviamente, non fu: Wolfgang morì invece di febbre reumatica.

Non riesco a credere come Antonio sia tornato alla moda dopo quel film. Intendiamoci, la musica di Salieri era considerata abbastanza buona ai suoi tempi. Anche Beethoven si sentì ispirato a scrivere una serie di dieci variazioni su uno dei suoi temi. E Salieri era un vero maestro dell’opera francese riformata à la Gluck. testimone “Les Danaides”.

Anch’io ero molto stimato ai miei tempi. Un forte concorrente di Rossini? Un rivale della supremazia melodica di Bellini o dell’abile ingegno di Donizetti? Infatti. Molti melomani lo pensavano. Il punto è, tuttavia, che, a differenza di altri che potrei nominare, mi sono ritirato con grazia quando è arrivato il mio tempo. Sapevo che non avrei potuto tenere il passo con quelle nascenti stelle della composizione… e per quanto riguarda il giovane Verdi? Cristo! Dissi addirittura nelle mie memorie di aver confessato di essere stato superato dal divino Vincenzo Bellini, fatto testimoniato dalla mia Messa di Requiem scritta in omaggio al grande Catanese. (A proposito, pur essendo di origini toscane anch’io sono nato a Catania.)

Eppure da giovane ero considerato un degno successore di artisti del calibro di Cimarosa e della scuola operistica italiana. Sono stato festeggiato nei grandi teatri d’Europa e, soprattutto, adorato da numerose donne. I cantanti si prostrarono ai piedi miei nella speranza di ricevere una delle mie arie ed esultare come primedonne. Le ballerine danzavano implorante davanti a me con le loro piroette. Ammetto che ero un bel giovane gentiluomo e un compositore geniale per giunta.

Tuttavia, nelle mie memorie, ho menzionato il mio amore più grande solo di sfuggita. Solo due righe per la donna più bella dell’Impero. Lei che, scolpita nuda da Canova come regalo di anniversario di matrimonio del marito, alle lingue scandalizzate ha risposto con “in effetti il mio boudoir era ben riscaldato”.

Lei, il cui padre aveva dichiarato di aver dovuto scegliere tra le proprie ambizioni e tenerla d’occhio…. e avrebbe dovuto aver fatto la prima scelta perché la sua vita sarebbe stata molto più facile. Da qui la posizione relativamente modesta di Carlo Maria nella società Corsa. Non importa, suo figlio Napoleone si è assunto l’importante compito di realizzare le ambizioni familiari!

Si direbbe che oggi ventisei anni di differenza tra me e Paolina non siano scandalosi. Ai miei tempi, tuttavia, non avrei potuto sposarla, quella pantera selvaggiamente tentatrice, quella quasi Messalina in una tunica di seta neoclassica. In ogni caso Paolina era ancora sposata con il conte Borghese pur non convivendo più con lui. Come disse uno spirito dell’epoca, faceva l’amore con una moltitudine di uomini e… talvolta anche con suo marito. Che donna frenetica era! Anche pressoché isterica. Paolina avrebbe potuto essere la base per molte delle eroine dei quasi ottanta melodrammi che ho scritto nel corso della mia vita. La nostra relazione era scatenata, tesa ma sempre affettuosa… alla fine.

Ciononostante Paolina minacciava di suicidarsi se il suo Nino (è il soprannome che mi aveva dato) l’avesse lasciata e mi tormentava con una lista di nomi di ballerine e soprani con cui avrei dovuto avere relazioni. Così noioso! Così falso!

Stava diventando tutto un po’ troppo per me e dopo uno sdolcinato eccesso di postulazioni, passioni e suppliche decise che avrei preferito un matrimonio convenzionale con una donna più in linea con la mia età e classe. L’ho detto a Paolina senza mezzi termini. Erano finite le nostre scappatelle nei pergolati silvestri di Bagni di Lucca e nella Villa Reale vicino alle terme, dove ci divertivamo nelle acque termali che riempivano i suoi bagni di marmo. Lo stesso vale per la villa che Paolina aveva costruito come nido d’amore a Viareggio. Con le sue incrostazioni di stucchi e scene erotiche mitologiche questa si era trasformato per me in un mausoleo. Ho pensato, lasciamo che Paolina la seppellisca nei suoi sgargianti pergolati! Lasciala languire nei suoi screziati giardini estivi. Lascia che si affoghi in lacrime di rettile prima di inghiottirmi con i suoi morsi inevitabilmente mielati! Quella villa, una volta in riva al mare, ora nel centro di un resort mondano. Ora, con il suo magico giardino ricoperto di condomini per le vacanze… quel centro degli sport afrodisiaci più intimi e avventurosi del nostro amore

E così lasciai la mia Paolina e non dissi più una sua parola a nessuno. Né mi sono limitato a dire, nelle mie memorie postume, di aver incontrato solo una volta Venere eternamente vittoriosa. In realtà era così triste. Alla fine Paolina si rassegnò a una solitudine totale dalla quale la morte la liberò presto con amore perché morì poco dopo di cancro al fegato all’età di sole quarantacinque anni.

Eppure l’ironia della sorte è che – com’è naturale per chiunque o qualunque cosa sia veramente bella – Paolina Bonaparte è ricordata per sempre mentre io, Giovanni Pacini, sono dimenticato. Io, il compositore più celebre dell’epoca. Sono l’autore di oltre settanta melodrammi che procedono da “Adelaide e Comingio” a “Il Barone di Dolsheim” a “La Schiava di Bagdad” a “Alessandro nell’Indie” a “Gli Arabi nelle Gallie”. Io, autore della “Sinfonia Dante”, commissionata per la commemorazione fiorentina del seicentesimo anno della nascita del “sommo poeta”. Io, il grande insegnante di musica e direttore del conservatorio di Lucca, originariamente intitolato a me ma ora ribattezzato con il nome di qualcuno altrettanto prolifico, ma non nell’opera, piuttosto nei quintetti d’archi, uno dei quali che racchiude quel minuetto familiare.

Io, il compositore più celebre dell’epoca dimenticato per sempre?

Non posso fare a meno di pensare che non diventerò mai così famoso come lo fui nel calore dei teatri d’opera europei dell’Ottocento e certamente non ruberò mai un barlume di luci della ribalta a quel giovane grande amore della mia vita: Maria Paola “Paolina” Bonaparte”. Basta che sia Lei, l’amata Paolina la gioia suprema della mia vita, l’estasi sublime dell’amore eterno che sia sempre ricordata nel freddo marmo e nel infuocato eccelso che accoglie ogni amante di passione e di bellezza perfetta.

Lucca, Boccherini, Spain and the Fandango

Dance a Fandango in Lucca’s Ducal Palace Throne Room yesterday (Boccherini – born in Lucca – and Spanish Music). An insightful conference (Gabriella Biagi Ravenna & Marco Mangani) followed by a gripping performance by fiery dancers (Romina Pidone and Alessandro Ciardini) in classic costumes by Margarita Martinez, a string-guitar quintet and all from an idea by Roberta Martinelli.

See and hear the Lucca Fandango here:

Most people have listened to at least one piece of music by Boccherini. Conjure up an evening at a masked rococo ball. Imagine talcumed damsels with elaborate hair styles and silk flowery dresses. See periwigged noblemen kissing ladies jewelled hands. Admire the reflections of a thousand candles on crystal chandelier pendants…. It’s that scenario which prompts the ‘Boccherini minuet’ to start up as inevitably as ‘Greensleeves’ announces an Elizabethan courtly scene.


But do most of us know anything more about Luccan born Luigi Boccherini than his famous minuet? Perhaps that he was a brilliant cellist as his statue outside Lucca’s conservatoire illustrates?


That coquettish piece is the third movement of one of his hundred-plus quintets – a form which he invented. Boccherini, together with his musical colleagues, had already formed the first professional string quartet consisting of two violins, viola and violoncello, which scored a big hit on its concert tours in cities like Vienna. When he was offered a job with the Infanta of Spain, a lover of the cello, Boccherini added a second cello so that he could play alongside his patron. Often these cello parts are highly virtuosistic, even stealing the higher registers of the violin and viola, and adding special effects like harmonics. Boccherini’s string quintets are thus somewhat different from what became the norm consisting instead of two violins, two violas and one cello.


After his early years touring Austria and Germany Boccherini spent the rest of his life in Spain invited there by the Infante Luis Antonio of Spain Here he wrote the majority of his works. These consist almost entirely of instrumental music for chamber ensembles although there are some well-regarded symphonies too.


Sadly the last chapter of Boccherini’s life is tragic. He lost his second wife and two of his daughters. His patron died. His health declined and he died in abject poverty of a respiratory disease in 1809 with his galante musical style now surpassed by the romantic revolutionary fervour erupting into the nineteenth century.


And that is the problem with Boccherini. Where does his music really fit in? Did he ever evolve from the mid eighteenth century galante style into something more challenging? There was a time when ‘progressive’ composers were considered somehow superior to ‘traditional’ ones. Elgar’s symphonies, written at a time when Schoenberg was developing his atonality, is a case in point. No longer considered unfashionable now Elgar has reasserted his high place in the British musical galaxy.


I am certain that Boccherini’s reappraisal is near. His originality, only now being reaffirmed, lies in the fusion of courtly aristocratic style with traditional popular music. The Fandango is an excellent example of this. Boccherini takes a dance associated with country peasants and raises it to a sophisticated height without losing any of its earthiness. Other examples include the quintet illustrating the night retreat of the palace guards. The frequent introduction of rhythmic patterns associated with Spanish dances like the seguidilla and the habanera in Boccherini’s is evident to anyone who listens to his often enchanting music

Coming from a family with several professional dancers in its midst including a brother it’s not surprising that there is such a close connection between dance forms and Boccherini’s music. So much of it does literally dance along.


It’s so good that Lucca may come to pronounce Luigi Boccherini in the same breath as Giacomo Puccini. In 1926, just two years after Puccini’s death (which Lucca is currently commemorating in style this year), Boccherini’s earthly remains were translated from that lonely Spanish village to the church of San Francesco, the pantheon of Lucca. Since that time the reputation of a composer whose main aim in writing music was to make people feel better and be happier has grown with abundant fruitfulness..

Unfinished Antiphon

Central Italy. The Angelus bell tolled across the dusky hills. Its plangent tone added a tenor to the crystal-like tinkling of the goat bells as the animals scratched their way around the olive groves.  The setting sun incarnadined the white-washed facade of the little church on the hill. In the distance, beyond the undulating hills, the cupola of a large cathedral stood out against the blooded sky.

A gravelled terrace extended in front of the church. Down one side of it a clerical figure in biretta and long gown paced up and down. With both hands he held a breviary. Mouthing the words silently Father Antonio read a meditation. In his forties, the priest’s hair was greying but his sharp jaw and distinct eyebrows imparted an impulsively youthful appearance to his face.

To the right of the church a wrought-iron gate gave way to a small inner courtyard festooned with vines rising up from serried ranks of terracotta pots. Father Antonio pushed aside the unlocked gate and entered within. A black-and-white cat with a somewhat torn ear glided up to him and stroked his face against the priest’s cassock.

“Good evening, dear Barnabas, and has the maid given you your supper yet?”

The purring of the cat intimated to him that this was, indeed, the case. To the side of the courtyard a narrow flight of stairs led to an upper room. Up the flights went the chaplain, opened a creaky oak door and retired into his study. Bare-walled, except for a picture of the Virgin and Child, the room was as monastic a cell as one could find. A low bed took up one side of its minuscule dimensions. An inordinately ornate sacristy cupboard largely filled the other side with little angelic putti attempting to fly from its corners. The Father opened the cupboard’s large door, which disclosed shelves upon shelves of large flat-laid folios. From the top shelf he took out an unfinished manuscript and read out the opening bars of a score penned in a cursive but neat hand.

Softly he sang the opening syllables of his new motet: Salve Regina, mater misericordiae, Hail Holy Queen Mother of mercy. The notes, written with the time signature alla breve, gave away their origin in the archaic melodies of plainchant. However, on the four lower staves, which were assigned to the stringed instruments, the busy quaver figurations full of rushing arpeggiandos and crescendos showed that this composer was fully aware of le style galant and the spreading influence of the Neapolitan school. Salve Regina Hail Queen.

Antonio sharpened his goose quill. “One more section and then it will be finished”, he thought.

The pen etched its notes on the paper. To the words O clemens Father Antonio added sound, harmony to make the words fly even higher, to fill his congregation with the intimations of a higher life, more perfect and purer than anything one could ever hope to experience on this earth.

The cat came in the open door. He found a goose quill on the floor and started to play with it, toying with his claws and tossing it hither and thither: the smell of a feathered creature was too strong for its instinct.

Engrossed in the activity the cat did not even wink at the motionless presence of the Father leaned over the half-written sheet of manuscript.

***

In an Edwardian inner-London suburb the May wind rustled through the plane trees bordering the row of red-bricked villas. John placed his record of eighteenth century motets on the turntable. It was one of his favourites from his large collection of vinyl and was the crowning achievement of his pet project.

He cast his mind back to its genesis. It was during a holiday in Italy. He was seeking shade in the empty porticoes of a white-hot and deserted northern Italian city. Was it Turin or Bologna? He couldn’t quite remember. Anyway, taking a side turning he found a shop with its shutters still unfolded. He though it strange that, with all the other blinds down for the couple of hours the whole town fell asleep exhausted from the searing heat of the summer afternoon, this place should still be open.

It was a second-hand shop. Entering into its crepuscular gloom from the blinding light outside he almost crashed into a large piece of church furniture. As his eyes adjusted to the dim light he noticed its ornate carvings with angels on the corners. An elderly gentleman shuffled towards him.

“May I help you”, he asked.

“What an extraordinary cupboard,” replied John.

“Yes, it is rather nice,” he replied, as he opened one of the doors.

A whiff of mildewed parchment hit John’s nostrils as he did so. Inside, on one of the shelves he could discern an untidy pile of what appeared to be large folio manuscripts, music manuscripts as they turned out to be. At the top of one sheet was written in a shaky but neat hand Padre Antonio incipit. In the hand of Father Antonio.

Back in London John, a lecturer in the history of music, presented news of his find to the Music library of the British Museum. They agreed to take the manuscripts for conservation and storage. One of them had particularly attracted John. It was a motet, unfinished, to the words of the Antiphon Salve Regina. What drew him to it was the enticing mixture of plainchant and intermezzo style. The flattened Neapolitan seconds and sevenths gave to the piece the seductive quality of a dark southern beauty calling to him like the evening waters on the shore of a mythological sea town. Later, with a band of amateur singers recruited from his church choir, he had made a private recording of a selection of these manuscripts.

Although unfinished, because of its great beauty John decided to also include the Salve Regina. He took the record and placed on his turntable.

An E minor chord intoned by the choir started the Marian antiphon. Vita Dulcedo et spes nostra salve. Hail our life, our sweetness and our hope.

Hope, yes hope indeed. And the sweetness, the recollection of those Arcadian days of youth and high expectations flourishing among the grassy banks and tender kisses of his loved one. How their bodies had quivered to the touch of each other’s fingers, her tongue in his exploring each other like an hidden sea grotto whose entrance was only uncovered when the tides went down.

Ad Te clamamus. To thee do we cry poor banished children of Eve. Yes cry. He had done that many times. Internally too. It was no longer necessary to waste visible tears on this. Gementes and flentes, mourning and weeping. Mourning and weeping for my lost love for her radiant body, so confident so proud, her nipples erect on her perfect breasts. O to be one of her babies and suckle on her teats. What a mother she would be! In hac lacrimarum valle. In this vale of tears. Stroking the cat he felt her hair between his fingers: her raven hair thick and flourishing cascading over his skin. Turn then, thine eyes of mercy…eja ergo.

I though it unfinished. But it plays to the end.

The O clemens O pia..o merciful o loving..o dulcis Virgo Maria! O sweet Virgin Mary. A rainbow of iridescent colours seemed to flow swirling round his eyes. A golden light appeared to penetrate his brain. A delicious feeling spread through his body. Bliss, bliss o this was too much, too much to bear.

Sarah came into the room. Across the sofa she found his lifeless body draped down one side of the sofa. A cat was licking John’s face and nuzzling into his neck.