L’obbligo di stare in casa durante questa pandemia, che, per la sua rivoluzione sulla nostra vita, si socia con la peste bubbonica del trecento e la grande peste del 1630, tolgano la mente dalla consueta routine giornaliera e dona più tempo libero; tempo da ricordare delle bellissime memorie. Infatti, le pagine dei social sono sempre più colme di questi ricordi di vacanze deliziose, di una gioventù incantevole e di luoghi ameni.
Delle nostre vacanze una delle più eccezionali fu quella che ci portò alle isole sul bordo del mondo: St Kilda, un arcipelago isolato situato a sessanta quattro kilometri a ovest-nord-ovest di North Uist nell’oceano Atlantico settentrionale. Contiene le isole più occidentali delle Ebridi Esterne della Scozia. L’isola più grande è Hirta, le cui scogliere sono le più alte del Regno Unito.
Altre tre isole (Dùn, Soay e Boreray) furono utilizzate anche per il pascolo e la caccia agli uccelli marini da un popolo ormai scomparso nella storia.

(Fotografia di Sandra Cipriani Pettitt – le altre sono mie)
Perché abbiamo scelto queste isole cosi desolate e lontane poste in un oceano soventemente spaventoso? Perché siamo soci a vita del National Trust (la FAO inglese) ed esisteva la possibilità di raggiungere St Kilda facendo il volontariato, questa volta per indagini archeologiche. Esistono, altrimenti, pochissimi modi per raggiungerle.

Il patrimonio umano delle isole comprende numerose caratteristiche architettoniche uniche risalenti al periodo storico e preistorico, sebbene i primi documenti scritti sulla vita dell’isola risalgano al tardo Medioevo, ma la scomparsa della gran parte degli abitanti attraverso l’emigrazione contribuì all’evacuazione degli ultimi abitanti dell’isola nel 1930 (Infatti, l’ultima nata nell’isola, Rachel Johnson morì solo nel 2016).
Le nostre indagini si sono concentrate sulla storia del villaggio di Hirta.

Le isole ospitano una forma unica di struttura in pietra nota come cleit. E’ una capanna di pietra usata per conservazione di cibo. È noto che ci siano 1,260 cleit su Hirta e altre 170 sulle altre isole del gruppo.

Su queste isole remote sono sopravvissuti due diversi tipi di pecore: il Soay, uno neolitico, e il Boreray, un tipo dell’Età del Ferro. Le isole sono un terreno fertile per molte importanti specie di uccelli marini, tra cui sule settentrionali, pulcinelle di mare e fulmari settentrionali. Lo scricciolo di St Kilda e il topo di campo di St Kilda sono sottospecie endemiche. Le acque attorno le isole sono piene di delfini.
Il National Trust for Scotland possiede l’intero arcipelago. È diventato uno dei sei siti del patrimonio mondiale della Scozia nel 1986 ed è uno dei pochi al mondo ad avere uno status misto per le sue qualità naturali e culturali.
(Foto del tramonto di Alexandra Cipriani Pettitt)
Inoltre a scavare il sito archeologico abbiamo fissato una placca per conto dell’UNESCO che proclama St Kilda come patrimonio del mondo.
Queste isole all’orlo del mondo mi sono rimaste sempre nella memoria come un’esperienza unica. Circondate da un mare alquanto pacifico che mostruoso, da scogliere selvagge, da una flora e fauna pristina, ho avuto visioni di un mondo preistorico, incontaminato e vergine.
Già in queste giornate dove la terra sembra che guarisca dalle ferite inflitte dall’uomo, mi ritorna in mente e tramite queste fotografie un’estate assolutamente incancellabile.

PENSIERI DI ST KILDA
Nido d’isola, mezza terra e mezzo mare, trafigge
la memoria come un’eretta pietra cosmica
dividendo la nostra giovinezza dalla terza età: come creazioni
di fuoco le rocce esaltano un lamento senza limiti.
Si rivela un dominio estremo
di scogliere verticali in un mare vizioso
e petali gialli in un campo leggermente inclinato –
che tali elementi contrastanti possono essere.
I giocattoli dei giganti gettati in mari abbandonati,
mescolano chimere e realtà
in uno spettro che non placa
le nostre paure più intime e non ammette pietà.
Sule e gabbiani rumorosi, procellarie e fulmari
assumono la definizione della vita
mentre il regno della notte riflette stelle infinite
e le foche si tuffano nel conflitto primordiale.
Le pecore senza pastore sono padrone qui: conducano
alle pulcinelle marine, alle grotte di smeraldo
e la testa crescente, perduta nell’amore, del promontorio,
ai getti del vento, alle pareti dei ciclopi e alle tombe decantate.
La triste storia, la cappella intimidatoria;
le case sono legate come carcasse navali abbandonate
intorno alla baia a forma di ventaglio mentre dico addio
e tutt’intorno broncia il cupo mare.

































