Where are we going?

The recent demonstrations in support of British identity drew massive crowds—a striking display of unease sweeping across the UK. Young and old, left and right, atheist and believer, carnivore and vegan, women and men—all stood together.

What binds them is patriotism: the conviction that pride in one’s country matters, that the British way of life deserves to be upheld.

But patriotism unites while nationalism can divide. I recently visited parts of Europe scarred by nationalist aggression in two world wars. That history has forged nations fiercely protective of their identity.

Central and Eastern European countries impress with their ethnic homogeneity and cultural distinctiveness. In Poland, more than half the population are practicing Catholics, and faith shapes politics, society, and national identity itself. By contrast, Muslims constitute just 0.1% of Slovakia’s population, compared with 6.6% in the UK—a sixty-five-fold difference. Slovakia has no mosques, and government policy ensures it likely will remain that way.

Visiting these countries felt like stepping back to my childhood in London, when black faces were largely confined to Brixton, Asians to Southall, and Sundays were quiet and uneventful.

Change is inevitable; some welcome it. But in the UK, the pace is jarring. Cities where white populations are now a minority are rising. Assimilation has limits, and many fear that British identity—the way of life itself—is at risk.

Ironically, Brexit, sold by the far right-wing as a path to restore Britain’s identity, has coincided with the replacement of white Europeans of Christian heritage by people from distant continents, cultures, and traditions.

The future of the UK is uncertain. But the debate over identity, belonging, and the speed of change is no longer a quiet concern—it has erupted into the streets, demanding attention.


Le recenti manifestazioni a sostegno dell’identità britannica hanno attirato folle enormi, una sorprendente dimostrazione di disagio che sta dilagando nel Regno Unito. Giovani e anziani, sinistra e destra, atei e credenti, carnivori e vegani, donne e uomini: tutti uniti.

Ciò che li unisce è il patriottismo: la convinzione che l’orgoglio per il proprio Paese sia importante, che lo stile di vita britannico meriti di essere rispettato.

Ma il patriottismo unisce, mentre il nazionalismo può dividere. Di recente ho visitato zone d’Europa segnate dall’aggressione nazionalista in due guerre mondiali. Quella storia ha forgiato nazioni ferocemente attente alla propria identità.

I paesi dell’Europa centrale e orientale colpiscono per la loro omogeneità etnica e la loro specificità culturale. In Polonia, più della metà della popolazione è cattolica praticante e la fede plasma la politica, la società e l’identità nazionale stessa. Al contrario, i musulmani costituiscono solo lo 0,1% della popolazione slovacca, rispetto al 6,6% del Regno Unito, una differenza di sessantacinque volte. La Slovacchia non ha moschee e la politica governativa fa sì che probabilmente rimarrà tale.

Visitare questi paesi è stato come tornare indietro alla mia infanzia a Londra, quando i volti neri erano per lo più confinati a Brixton, gli asiatici a Southall, e le domeniche erano tranquille e senza eventi.

Il cambiamento è inevitabile; alcuni lo accolgono con favore. Ma nel Regno Unito, il ritmo è sconvolgente. Le città in cui la popolazione bianca è ormai una minoranza stanno crescendo. L’assimilazione ha dei limiti e molti temono che l’identità britannica – lo stile di vita stesso – sia a rischio.

Ironicamente, la Brexit, spacciata dall’estrema destra per un percorso per ripristinare l’identità britannica, ha coinciso con la sostituzione degli europei bianchi di civiltà forgiate dal cristianesimo con persone provenienti da continenti, culture e tradizioni aliene.

Il futuro del Regno Unito è incerto. Ma il dibattito sull’identità, l’appartenenza e la velocità del cambiamento non è più una preoccupazione silenziosa: è esploso nelle strade, esigendo attenzione.