Another Three Years?

The Trump–Maduro episode makes little sense and sets a deeply dangerous precedent.

Before any Venezuelan leader has been proven guilty of the crimes alleged against them, the United States has acted to undermine another nation’s sovereignty through sanctions, diplomatic coercion, and open calls for regime change. Accusations are not convictions, and they do not justify punishing an entire population.

History shows where this leads. From Iraq to Libya, externally imposed regime change has left countries fractured, unstable, and worse off than before. Venezuela risks becoming another case study in the same reckless playbook. That a resource-rich nation has been driven into collapse is a tragedy, but it cannot be solved by economic warfare or political grandstanding.

What is most alarming is the motivation behind it all. Trump’s approach appears less about solutions than about cultivating a posture of strength and pseudo-heroism. That such destabilising policies have been pursued so early in his presidency should concern anyone who cares about international law, historical memory, or the consequences of unchecked power.


L’episodio Trump-Maduro ha poco senso e costituisce un precedente profondamente pericoloso.

Prima che un leader venezuelano fosse dichiarato colpevole dei crimini a suo carico, gli Stati Uniti hanno agito per minare la sovranità di un’altra nazione attraverso sanzioni, coercizione diplomatica e appelli aperti al cambio di regime. Le accuse non sono condanne e non giustificano la punizione di un’intera popolazione.

La storia mostra dove questo porta. Dall’Iraq alla Libia, il cambio di regime imposto dall’esterno ha lasciato i paesi frammentati, instabili e in condizioni peggiori di prima. Il Venezuela rischia di diventare un altro caso di studio nella stessa sconsiderata strategia. Che una nazione ricca di risorse sia stata spinta al collasso è una tragedia, ma non può essere risolta con la guerra economica o con la prosopopea politica.

Ciò che è più allarmante è la motivazione alla base di tutto ciò. L’approccio di Trump sembra più incentrato sul coltivare un atteggiamento di forza e pseudo-eroismo che sulle soluzioni. Il fatto che politiche così destabilizzanti siano state perseguite così presto durante la sua presidenza dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore il diritto internazionale, la memoria storica o le conseguenze di un potere incontrollato.

The River Bride of Nozzano

They say that in the valley where the Serchio winds between willow and reed, the air is never still.
The mist walks like a woman there.
At twilight she gathers the scent of wet earth and candle smoke from distant farms, and her touch leaves the grass silvered with dew.

But only those who have lost something hear her whisper their names.

I. The Engineer

When Marco Della Rena, a civil engineer from Lucca, came to oversee the floodworks near Nozzano Castello, he thought the villagers’ talk of the Sposa del Fiume—the River Bride—was mere folklore. He believed in water levels, not ghosts.

Yet the place unsettled him.
Each evening the fog rose early, veiling the ruined battlements in a pale, opalescent glow.
Frogs stilled when he passed.
Once, while marking out a drainage line, he saw a handprint glistening on the inside of his measuring glass—small, delicate, formed of pure condensation.

He told himself it was nothing.
He began to dream otherwise.

II. The Story

At the osteria that night, the old ferryman told him the tale.

Long ago, when Lucca’s nobles warred among themselves, a Guinigi daughter was promised to a knight from Pisa.
The day before her wedding she fled to the river, unwilling to leave her city.
They found her bridal veil snagged in the reeds but never her body.
Since then, the River Bride appears when the Serchio changes course—to reclaim what men try to master.

Marco laughed politely, yet could not shake the feeling that the river was watching him, waiting for him to finish his embankment.

III. The Call

It was near midnight when the flood came.
Rain like molten iron hammered the plain; the Serchio rose in silence first, then in fury.

Marco ran to the levee.
Through the rain he saw her—a figure in white standing where the floodlights faltered, her veil streaming like mist.
She turned her face toward him, and though he could see no features, he knew she was smiling.

“Not walls,” she said in a voice like water over stone. “Bridges.”

The earth beneath him shifted; the new embankment cracked like an eggshell.
He fell to his knees, certain the torrent would take him—but the water curved around his body, folding like wings.

When dawn came, the village was untouched.

IV. The Proof

Days later, the workers found Marco’s blueprints changed.
The ink had run, reshaping the lines: the levee replaced by a series of graceful arches—bridges spanning the Serchio in a design no one recognized, delicate yet structurally perfect.
The style was ancient, unrecorded in any archive.
He signed the plans in silence.

When the bridges were built, each arch was found to bear a faint, natural pattern in the stone like the trace of a bridal veil.

V. The Legacy

Now, on certain damp evenings, lovers cross the bridges and leave garlands of white flowers in the water.
The locals say the River Bride has forgiven men their arrogance.
Others claim she still waits beneath the surface, weaving her hair through the current, patient as eternity.

And if you walk there at dusk, between the last song of the blackbirds and the first call of the frogs, you may see the mist rise into the shape of a woman—
and the reflection of the bridges will tremble as if the river itself were breathing.


La Sposa del Fiume di Nozzano

Si dice che nella valle dove il Serchio serpeggia tra salici e canneti, l’aria non sia mai immobile.
La nebbia cammina lì come una donna.
Al crepuscolo coglie il profumo della terra bagnata e del fumo delle candele dai poderi lontani, e il suo tocco lascia l’erba argentata di rugiada.

Ma solo chi ha perso qualcosa la sente sussurrare i propri nomi.

I. L’Ingegnere

Quando Marco Della Rena, un ingegnere civile di Lucca, venne a supervisionare i lavori di bonifica vicino a Nozzano Castello, pensò che i discorsi degli abitanti del villaggio sulla Sposa del Fiume fossero solo folklore. Credeva nei livelli dell’acqua, non nei fantasmi.

Eppure quel luogo lo turbava.
Ogni sera la nebbia si alzava presto, velando i bastioni in rovina con un pallido bagliore opalescente.
Le rane si immobilizzavano al suo passaggio. Una volta, mentre tracciava una linea di drenaggio, vide l’impronta di una mano luccicare all’interno del suo misurino: piccola, delicata, fatta di pura condensa.

Si disse che non era niente.
Iniziò a sognare diversamente.

II. La storia

Quella sera all’osteria, il vecchio traghettatore gli raccontò la storia.

Molto tempo prima, quando i nobili lucchesi erano in guerra tra loro, una figlia dei Guinigi fu promessa sposa a un cavaliere pisano.
Il giorno prima delle nozze, fuggì verso il fiume, non volendo lasciare la sua città.
Trovarono il suo velo nuziale impigliato tra le canne, ma mai il suo corpo.
Da allora, la Sposa del Fiume appare quando il Serchio cambia corso, per reclamare ciò che gli uomini cercano di conquistare.

Marco rise educatamente, ma non riusciva a scrollarsi di dosso la sensazione che il fiume lo stesse osservando, aspettando che finisse il suo argine.

III. La chiamata

Era quasi mezzanotte quando arrivò l’alluvione.
Pioggia come ferro fuso martellava la pianura; Il Serchio si sollevò prima in silenzio, poi con furia.

Marco corse all’argine.
Attraverso la pioggia la vide: una figura vestita di bianco in piedi dove i riflettori tremavano, il velo che fluttuava come nebbia.
Si voltò verso di lui e, sebbene non riuscisse a distinguere alcun volto, capì che stava sorridendo.

“Non muri”, disse con una voce come acqua sulla pietra. “Ponti”.

La terra sotto di lui si mosse; il nuovo argine si incrinò come un guscio d’uovo.
Cadde in ginocchio, certo che il torrente lo avrebbe travolto, ma l’acqua gli si incurvò intorno al corpo, ripiegandosi come ali.

Quando spuntò l’alba, il villaggio era intatto.

IV. La prova

Giorni dopo, gli operai scoprirono che i progetti di Marco erano cambiati.
L’inchiostro era colato, ridisegnando le linee: l’argine era stato sostituito da una serie di eleganti archi: ponti che attraversavano il Serchio in un disegno che nessuno riconobbe, delicato ma strutturalmente perfetto. Lo stile era antico, non registrato in nessun archivio.
Firmò i progetti in silenzio.

Quando i ponti furono costruiti, si scoprì che ogni arco recava un debole motivo naturale nella pietra, come la traccia di un velo da sposa.

V. L’eredità

Ora, in certe sere umide, gli innamorati attraversano i ponti e lasciano ghirlande di fiori bianchi nell’acqua.
La gente del posto dice che la Sposa del Fiume ha perdonato agli uomini la loro arroganza.
Altri sostengono che attenda ancora sotto la superficie, intrecciando i capelli nella corrente, paziente come l’eternità.

E se ci si cammina al tramonto, tra l’ultimo canto dei merli e il primo richiamo delle rane, si può vedere la nebbia sollevarsi nella forma di una donna,
e il riflesso dei ponti tremerà come se il fiume stesso respirasse.

Where are we going?

The recent demonstrations in support of British identity drew massive crowds—a striking display of unease sweeping across the UK. Young and old, left and right, atheist and believer, carnivore and vegan, women and men—all stood together.

What binds them is patriotism: the conviction that pride in one’s country matters, that the British way of life deserves to be upheld.

But patriotism unites while nationalism can divide. I recently visited parts of Europe scarred by nationalist aggression in two world wars. That history has forged nations fiercely protective of their identity.

Central and Eastern European countries impress with their ethnic homogeneity and cultural distinctiveness. In Poland, more than half the population are practicing Catholics, and faith shapes politics, society, and national identity itself. By contrast, Muslims constitute just 0.1% of Slovakia’s population, compared with 6.6% in the UK—a sixty-five-fold difference. Slovakia has no mosques, and government policy ensures it likely will remain that way.

Visiting these countries felt like stepping back to my childhood in London, when black faces were largely confined to Brixton, Asians to Southall, and Sundays were quiet and uneventful.

Change is inevitable; some welcome it. But in the UK, the pace is jarring. Cities where white populations are now a minority are rising. Assimilation has limits, and many fear that British identity—the way of life itself—is at risk.

Ironically, Brexit, sold by the far right-wing as a path to restore Britain’s identity, has coincided with the replacement of white Europeans of Christian heritage by people from distant continents, cultures, and traditions.

The future of the UK is uncertain. But the debate over identity, belonging, and the speed of change is no longer a quiet concern—it has erupted into the streets, demanding attention.


Le recenti manifestazioni a sostegno dell’identità britannica hanno attirato folle enormi, una sorprendente dimostrazione di disagio che sta dilagando nel Regno Unito. Giovani e anziani, sinistra e destra, atei e credenti, carnivori e vegani, donne e uomini: tutti uniti.

Ciò che li unisce è il patriottismo: la convinzione che l’orgoglio per il proprio Paese sia importante, che lo stile di vita britannico meriti di essere rispettato.

Ma il patriottismo unisce, mentre il nazionalismo può dividere. Di recente ho visitato zone d’Europa segnate dall’aggressione nazionalista in due guerre mondiali. Quella storia ha forgiato nazioni ferocemente attente alla propria identità.

I paesi dell’Europa centrale e orientale colpiscono per la loro omogeneità etnica e la loro specificità culturale. In Polonia, più della metà della popolazione è cattolica praticante e la fede plasma la politica, la società e l’identità nazionale stessa. Al contrario, i musulmani costituiscono solo lo 0,1% della popolazione slovacca, rispetto al 6,6% del Regno Unito, una differenza di sessantacinque volte. La Slovacchia non ha moschee e la politica governativa fa sì che probabilmente rimarrà tale.

Visitare questi paesi è stato come tornare indietro alla mia infanzia a Londra, quando i volti neri erano per lo più confinati a Brixton, gli asiatici a Southall, e le domeniche erano tranquille e senza eventi.

Il cambiamento è inevitabile; alcuni lo accolgono con favore. Ma nel Regno Unito, il ritmo è sconvolgente. Le città in cui la popolazione bianca è ormai una minoranza stanno crescendo. L’assimilazione ha dei limiti e molti temono che l’identità britannica – lo stile di vita stesso – sia a rischio.

Ironicamente, la Brexit, spacciata dall’estrema destra per un percorso per ripristinare l’identità britannica, ha coinciso con la sostituzione degli europei bianchi di civiltà forgiate dal cristianesimo con persone provenienti da continenti, culture e tradizioni aliene.

Il futuro del Regno Unito è incerto. Ma il dibattito sull’identità, l’appartenenza e la velocità del cambiamento non è più una preoccupazione silenziosa: è esploso nelle strade, esigendo attenzione.

Fly like an Arrow

So Heathrow (such an ugly name for an airport) is proposing a third runway for the umpteenth time.

Fifty billion quid to be spent on a project that will take at least ten years to complete (and will be out of date well before then) enhancing ecological damage, traffic chaos on the M25 car park, noise levels for over ten million inhabitants, wildlife destruction etc. etc.

I visited Rome as a fourteen year old starting my journey from Victoria station on the ‘Golden Arrow’. Our school journey to Greece was also by rail: to Brindisi and ferry to Patras. As late as 1977 my local High Street travel agent (yes they still existed then) issued me with the best (and cheapest) option to Sicily … a train ticket.

The majority of flights from UK are short-haul, journeys which could easily be achieved by an efficient high-speed and connectable network. A lot is being done these days to improve the network throughout the EU for Europe is ideal for rail travel and its network remains very extensive.

Look at China. That country covers 94% of the area of Europe and its inhabitants travel by rail rather than by plane. Not surprising – China has over 42,000 kilometers of high-speed rail lines, while the UK currently operates just 114 kilometers!

So let’s spend those fifty billions on restoring a European-wide rail network back to the glory it once was when the ‘Golden Arrow’ was the gateway to the continent and when the UK rail network needn’t be shamed by Far Eastern visitors.


Quindi Heathrow (lett.= ‘fila di brughiere’ – che brutto nome per un aeroporto) propone una terza pista per l’ennesima volta.

Cinquanta miliardi di sterline da spendere per un progetto che richiederà almeno dieci anni per essere completato (e sarà obsoleto ben prima di allora), aggravando il danno ecologico, il caos del traffic, i livelli di rumore per oltre dieci milioni di abitanti, la distruzione della fauna selvatica, ecc. ecc.

Ho visitato Roma a quattordici anni, iniziando il mio viaggio dalla stazione Victoria con la “Freccia d’Oro”. Anche il nostro viaggio scolastico in Grecia è stato in treno: fino a Brindisi e traghetto per Patrasso. Ancora nel 1977 la mia agenzia di viaggi locale mi ha suggerito l’opzione più economica per la Sicilia… in treno.

La maggior parte dei voli dal Regno Unito sono voli a corto raggio, che potrebbero essere facilmente coperti da una rete efficiente ad alta velocità e ben collegata. Oggigiorno si sta facendo molto per migliorare la rete in tutta l’UE, perché l’Europa è ideale per i viaggi in treno e la sua rete raggiunge la maggior parte delle zone.

Guardate la Cina. Quel paese copre il 94% della superficie europea e i suoi abitanti viaggiano in treno anziché in aereo. Non sorprende: ha oltre 42.000 chilometri di linee ferroviarie ad alta velocità, mentre il Regno Unito ne gestisce attualmente solo 114!

Spendiamo quindi quei cinquanta miliardi per ripristinare la rete ferroviaria europea e riportarla allo splendore di un tempo, quando la ‘Freccia d’Oro’ era la porta d’accesso al continente e non doveva essere messa in ombra dai visitatori dell’Estremo Oriente.

The Monstrous Regiment of Women?

La celebrazione della Giornata Internazionale della Donna a Bagni di Lucca è proseguita domenica pomeriggio nello splendore baronale della cinquecentesca Villa Webb con i contributi principali di Karen Buczyndski Lee, Dott. Maia Stella Adami, Flavia De Petri, Mara Mucini, Dott Iana Togneri e Virgilio Contrucci.

Karen ha fornito un avvincente resoconto della condizione delle donne italiane, così come vissuta attraverso la sua storia familiare. Mara Mucini, che ha condiviso con noi un corso di scrittura, ha letto la sua straziante storia. Sono seguiti altri contributi, che si sono conclusi con il gradito sollievo di un’asta di torte, presieduta dalla Dott. ssa Iana Togneri e con tutti i proventi devoluti al gruppo di supporto locale per donne “Non ti scordar di me”.

Se solo le relazioni tra i sessi fossero come una fetta di torta! L’Italia, con il diritto di voto alle donne concesso solo nel 1946, con il divorzio legalizzato solo nel 1970 e l’aborto ancora più tardi, con uno dei più alti tassi di femminicidio in Europa (un crimine specifico riconosciuto legalmente solo la scorsa settimana), con salari e condizioni delle donne troppo spesso inferiori a quelle degli uomini e una società ancora irta di atteggiamenti maschilisti in cui le donne stuprate un tempo dovevano sposare i loro stupratori in un accordo di “matrimonio riabilitato”, ancora come tanti altri paesi oggi, ha una considerevole strada da fare nella direzione della parità di diritti.

Ecco perché ritengo, a differenza di altri, che la giornata internazionale della donna dovrebbe continuare a essere celebrata in particolare per ricordare quei paesi in cui l’apartheid sessuale impone che i parchi pubblici, parlare a voce più alta di un sussurro e mostrare il proprio volto in pubblico siano vietati alle donne e puniti con la fustigazione o addirittura la morte.


Bagni di Lucca’s celebration of International Women’s Day continued on Sunday afternoon in the baronial splendour of sixteenth century Villa Webb with contributions from Karen Buczyndski Lee, Maia Stella Adami, Flavia De Petri, Mara Mucini, Iana Togneri and Virgilio Contrucci.

Karen gave a gripping account of the condition of Italian women as experienced through her own family history. Mara Mucini, who shared a writing course with us, read her own harrowing story.

Further contributions followed ending with the welcome relief of a cake auction, presided over by Dr. Iana Togneri and with all proceeds going to the ‘Non ti scordar di me’ (don’t forget me) local women’s support group.

If only relationships between the sexes were like a piece of cake! Italy, with women voting rights only given in 1946, with divorce just legalised in 1970 and abortion even later, with one of Europe’s highest feminicide (a specific crime only legally recognised last week) with women’s pay and conditions too often below men’s and a society still rampart with macho attitudes where raped women once had to marry their rapists in a ‘rehabilitated marriage’ arrangement, still like so many other countries today, has a considerable way to go in the direction of equal rights.

This is why I feel, unlike some, that International Women’s day should continue to be celebrated particularly to remember those countries where sexual apartheid dictates that public parks, talking higher than a whisper and showing your face in public are banned for women and punished with flogging or even death.

Walled Up

The place where we stayed in Berlin abuts directly onto the line of the now demolished Berlin wall which once divided the city into the East DDR section and the West Federal section. It seems almost unbelievable that a major European capital city of over four million people should have been divided this way especially as the wall going from north west to south east cut through railways, subways, highways, parks and even individual houses. Yet this is how the Berliners lived until November 1989 when the blood-spattered wall collapsed not just through dynamite but through the people’s will.

For instance in front of our Berlin residence is a house where tunnel 29 was excavated: a dare devil scheme to smuggle people across to the relative freedom of West Berlin.

Every time we caught the bus, U-Bahn or tram for our visits we would cross the wall boundary marked on granite and bronze plaques. Near us on the Bernauer Strasse there are extensive tracts of the wall with iron rods showing where the concrete has literally rotted away.

We have been to a few other divided cities in our travels: Nicosia in Cyprus and Gorizia on the Italian Slovenian border now happily reunited as one city celebrating its appointment as cultural capital. Our visit to Belfast before the Good Friday agreement was another case in point.

Sadly, however, there are still too many divided cities in the world. And if they are not divided physically they are split socially, culturally and emotionally. I leave you to make up your own lists of these places.


È interessante notare che il posto in cui abbiamo soggiornato a Berlino confina direttamente con la linea del muro di Berlino, ora demolito, che un tempo divideva la città nella sezione DDR orientale e nella sezione federale occidentale. Sembra quasi incredibile che una grande capitale europea di oltre quattro milioni di persone sia stata divisa in questo modo, soprattutto perché il muro che andava da nord-ovest a sud-est tagliava ferrovie, metropolitane, autostrade, parchi e persino singole case. Eppure è così che i berlinesi hanno vissuto fino al novembre 1989, quando il muro macchiato di sangue è crollato non solo per dinamite, ma per volontà del popolo.

Ad esempio, di fronte alla nostra residenza di Berlino c’è una casa in cui è stato scavato il tunnel 29: un piano temerario per far passare di nascosto le persone verso la relativa libertà di Berlino Ovest.

Ogni volta che prendevamo l’autobus, la metropolitana o il tram per le nostre visite, attraversavamo il confine del muro segnato su targhe di granito e bronzo. Vicino a noi, sulla Bernauer Strasse, ci sono ampi tratti del muro con barre di ferro che mostrano dove il cemento è letteralmente marcito.

Abbiamo visitato altre città divise nei nostri viaggi: Nicosia a Cipro e Gorizia al confine italo-sloveno, ora felicemente riunite in un’unica città che celebra la sua nomina a capitale culturale. La nostra visita a Belfast prima dell’accordo del Venerdì Santo è stato un altro esempio calzante.

Purtroppo, tuttavia, ci sono ancora troppe città divise nel mondo. E se non sono divise fisicamente, lo sono socialmente, culturalmente ed emotivamente. Vi lascio stilare le vostre liste di questi luoghi.

Concentrating the Mind

No visit to Germany’s capital would be complete without a recognition of what happened between 1933 and 1945 in a country which has produced the likes of Beethoven, Goethe and Kant.

Yesterday we visited the ‘model’ concentration camp at Sachsenhausen where methods of mass murder of undesirable elements of the human race were perfected by order of the Nazis. Incredibly well documented and presented the camp introduced us to the inhumane conditions once existing there. Everything from mass overcrowding, development of mass execution techniques, medical experiments, punishment methods, forced labour organization, leisure (???) activities, everyday camp life, sleeping, eating and sanitation was covered in almost unbearable detail. During our four hour visit over the vast camp area we met up with various school groups led by their teachers. The pupils’ demeanour was appropriately quiet, we noted

Oranienburg, the nearest town to the camp, also contains one of Brandenburg’s finest palaces. We were too late to enjoy its baroque trimmings which would have been a palliative to what we’d had to endure but instead dug into currywurst and kebab at a local eatery with gusto realising how lucky we now were (but for how long I wonder?)


Nessuna visita alla capitale della Germania sarebbe completa senza un riconoscimento di ciò che è accaduto tra il 1933 e il 1945 in un paese che ha prodotto personaggi del calibro di Beethoven, Goethe e Kant.

Ieri abbiamo visitato il campo di concentramento “modello” di Sachsenhausen, dove i metodi di omicidio di massa di elementi indesiderati della razza umana sono stati perfezionati per ordine dei nazisti. Incredibilmente ben documentato e presentato, il campo ci ha introdotto alle condizioni disumane che un tempo esistevano lì. Tutto, dal sovraffollamento di massa, allo sviluppo di tecniche di esecuzione di massa, agli esperimenti medici, ai metodi di punizione, all’organizzazione del lavoro forzato, alle attività ricreative (???), alla vita quotidiana del campo, al dormire, al mangiare e alle condizioni igieniche, è stato trattato in modo quasi insopportabile ma vero. Durante la nostra visita di quattro ore sulla vasta area del campo, abbiamo incontrato vari gruppi scolastici guidati dai loro insegnanti. Il comportamento degli alunni era opportunamente tranquillo, abbiamo notato

Oranienburg, la città più vicina al campo, contiene anche uno dei palazzi più belli del Brandeburgo. Eravamo troppo tardi per goderci i suoi contorni barocchi che sarebbero stati un palliativo per quello che avevamo dovuto sopportare, ma invece ci siamo tuffati con gusto in currywurst e kebab in un ristorante locale, rendendoci conto di quanto fossimo fortunati (ma per quanto tempo ancora mi chiedo?)

Angst in the Reichstag?

We had an appointment with the new German government in the morning: a visit to the Reichstag. What a superb Norman Foster refashioning of a war-torn building it is….and to see it in the morning of those elections! The views from the dome are expansive. Berlin is such a fine city!

The documentation explaining the Reichstag showed what sad political tsunamis the city has had to overcome over the past century.

The welcome handled by young people was warm and the presentation of this symbol of the travails of a great world capital was impressive. So different from that other place across the channel…

The afternoon was spent at the Zoo in the Tiergarten where we couldn’t resist the new-born Panda twins. There were plenty of other animals to be seen too including desert cats, bison, penguins and tigers. We also attended presentations of sea-lions and water horses i.e.hippos. We enjoyed a tasty schnitzel at the zoo cafe. Finally both African and Asian elephants were there to remember our visit!


Avevamo un appuntamento con il nuovo governo tedesco la mattina: una visita al Reichstag. Che superba ristrutturazione di Norman Foster di un edificio devastato dalla guerra… e vederlo la mattina di quelle elezioni! La vista della città dalla cupola è ampia. Berlino è una città così bella!

La documentazione che spiegava il Reichstag mostrava quali tristi tsunami politici la città ha dovuto superare nel secolo scorso.

L’accoglienza dei giovani è stata calorosa e la presentazione di questo simbolo delle difficoltà di una grande capitale mondiale è stata impressionante. Così diverso da quell’altro posto dall’altra parte della Manica…

Il pomeriggio è stato trascorso allo Zoo nel Tiergarten dove non abbiamo resistito ai gemelli Panda appena nati. C’erano molti altri animali da vedere, tra cui gatti del deserto, bisonti, pinguini e tigri. Abbiamo anche assistito alle presentazioni di leoni marini e cavalli d’acqua, ovvero ippopotami. Abbiamo gustato una gustosa cotoletta al bar dello zoo. Infine, a ricordare la nostra visita, c’erano sia gli elefanti africani che quelli asiatici!