How to Enjoy an Italian Train Journey in Britain

Last month we took a train to London from a station on the network run by the c2c rail company.  c2c provides services from London to parts of Essex along the London, Tilbury and Southend railway and is the sole operator of the line.

We were returning from an event in the county of Essex which adjoins Greater London and which, in the UK referendum of June 23rd 2016, voted without exception to leave in every one of its electoral districts. Indeed, Thurrock and Castle Point had one of the country’s biggest percentage of ‘Leave’ voters with 72%.

(Essexians at the time of the 2016 referendum)

Essex also happens to contain one of the UK’s most deprived areas, Jaywick, which is receiving EU funds as part of a project to improve the quality of life of its inhabitants. (See http://ec.europa.eu/competition/consultations/2012_regional_stateaid/uk_tendring_district_council_annex2_en.pdf ).

1895099634

(A street in Jaywick, part of the Essex Riviera)

My wife was pleasantly surprised to note this writing on the train we were boarding. It was almost like being at Bagni di Lucca station (apart from the weather)!

DSCN5167_1

In fact, Trenitalia c2c Limited,  also manages 25 stations of the 28 stations it calls at.

The history of denationalization on this part of the UK railway network had been fraught since British rail’s privatisation in 1996. It was first purchased by Prism rail and ran under the name LTS. It was then rebranded as c2c (a name whose precise meaning no-one can agree on). In 2000 c2c was bought by National Express which also runs bus companies (!) National Express did not prove to be an ideal company to run the railway network and sold it to the Italian Trenitalia last year (2017).

In case you didn’t know, ‘Trenitalia’ is the primary train operator in Italy. It’s a subsidiary of ‘Ferrovie dello Stato Italiane’, which is owned by the Italian government and was established in 2000. So, in all senses of the word, the Southend lines in one of the most brexitian counties of the UK (should Essex not be rebranded Bressexit?) is run by a part of Italy’s still nationally-owned railways. Clearly those brexitians’ fares on these lines are helping to subsidise the Italian railway network! No wonder Italian train fares can be so cheap when compared to the UK’s!

I wonder if these Essexians are going to get their railways as well as their country back if brexit goes through?

Trenitalia is now bidding for the West Coast Partnership. Hopefully, that network, a disgrace to the UK, will improve under Trenitalia management.

Incidentally, the Italian railway system is one of the most important parts of the infrastructure of Italy, with a total length of 15,054 miles of track (compare that with Britain’s 9,824 miles of railway track). The Italian network has recently grown with the construction of  new high speed railways (‘Le Freccie’). Italy now has 974 miles of high speed track compared to Britain’s 71 miles of high speed track.

As for electrified track, compare Italy’s 7,407 miles with the UK’s 3,062 miles.

That’s quite apart from the fact that one can actually afford to use trains in Italy as distinct from so many journeys in the UK when (for example) it’s clear that taking a bus from Stansted airport to London is so much cheaper than going there by rail.

Incidentally these are the figures for comparison and using second-class tickets purchased at the station at the time of departure:

FROM – TO DISTANCE IN MILES TICKET COST IN STERLING COST PER MILE
Pisa airport to Bagni di Lucca 24 £7.47 30p
Stansted airport to Liverpool St, London 29 £17.00 60p

Meanwhile in Bressexit, I recall a conversation in which one person asked another ‘how did you vote in the referendum?’ The answer was, predictably, ‘leave’ but the man added ‘I did it for my children.’ Just wonder what the children will say one day?

bTYijfY

I won’t conclude with a Bressexit joke here but I’ll give a twist on a familiar one

““How many Brexiteers does it take to change a lightbulb? Whoa, whoa, whoa. I didn’t say there was a lightbulb.”

 

 

 

La Chiesa di Shakespeare a Londra

Sebbene il grande incendio di Londra del 1666 abbia distrutto la gran parte degli suoi edifici, ed in particolare, delle chiese medioevali della City, non è affatto vero che non esistano chiese di quell’epoca in questa parte di Londra. Questo è perché certe chiese furono costruite fuori dalla cinta muraria della città (‘without’ invece di ‘within’) e altre chiese sono state salvate dalle fiamme, demolendo a tempo gli edifici circostanti.

Le seguenti chiese, ancora esistenti, risalgono all’era gotico-medioevale, e ognuna di loro è piena di interesse, rappresentando un’oasi di pace in una città dove ci sembra essere poco tempo per riflettere sui valori più profondi della vita:

  • Saint Bartholomew the Great
  • Saint Giles, without Cripplegate
  • St Helen’s, Bishopsgate
  • St Ethelburga’s
  • St Olave’s
  • St Peter ad Vincula in the Tower of London
  • St Andrew Undershaft.
  • St Etheldreda’s
  • Temple church
  • Southwark Cathedral
  • St John’s (solo la cripta)
  • All Hallows Barking by the Tower
  • All Hallows Staining (Solo il campanile).
  • St Alphage, London Wall.

Di queste chiese, originariamente Cattoliche, solo Saint Etheldreda’s conserva la fede originale. Tutte le altre, però, offrono un cordiale benvenuto allo spirito più aperto del ecumenismo.

Ci sono cento quattordici chiese elencate storicamente dentro le antiche mura della City di Londra – più di quelle di Lucca, ed in uno spazio più ristretto!

Attenti però. Circa metà di queste chiese non esistono più, poiché certe non furono ricostruite dopo il ‘great fire’, altre furono demolite nei secoli susseguenti e certe non furono riedificate dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.

La storia non finisce qui tristemente, poiché, nel 1992 e 1993, le più massicce bombe mai prodotte dal I. R. A. – i terroristi dell’Irlanda del Nord che combattevano per una Irlanda unita – causarano danni ingenti, non solo alle case ed agli uffici della City, ma anche a due delle sue più belle chiese medioevali che erano fuggite dall’incendio del seicento e dalle bombe tedesche del novecento.

10_big618197544.jpg

(La catastrofe del 1992)

Ho già descritto una di queste chiese, Saint Ethelburga’s, nel mio post a https://longoio3.com/2018/04/06/7490/

Vale la pena leggere quel post per capire come può sempre vincere la pace sopra l’odio. Chissà come questo casino del Brexit sarà accolto dagli ex-terroristi? Ci sarà mai una riconciliazione?

La seconda chiesa, Saint Helen’s Bishopsgate, non l’avevo mai visitata e nemmeno vista in tutti gli anni che ho vissuto nella mia città natalizia di Londra.

dscn5292_1751213677.jpg

Era, così, un momento emozionante quando sono entrato per la prima volta, il lunedì scorso, nella chiesa detta ‘l’abbazia di Westminster della City’, per la sua magnificenza ed il grande numero di insigni monumenti che contiene.

Saint Helen’s è la più grande chiesa parrocchiale della City e fu  la chiesa dove pregò William Shakespeare.

Inoltre, un grande italiano, Alberico Gentili, nato a Macerata nel 1552, fondatore dello studio della legge internazionale, il primo a dividere il diritto laico da quello cattolico, professore a Oxford e tutore della principessa, poi regina, Elisabetta I, è qui sepolto.

Fondata nel secolo dodicesimo come convento benedettino, Saint Helen’s fu anche chiesa parrocchiale. Questo si spiega nelle sue due navate, originariamente divise da una muraglia ma, dopo la dissoluzione dei monasteri, unite in un unico interno.

 

Gli incidenti terroristici del 92-3 distrussero il soffitto, molti monumenti e una delle vetrate medioevali più belle della City.

Mi ricordo bene di quel giorno terribile nel quale le vittime furono 94. Da quel giorno un ‘anello d’acciaio’ è stato strinto attorno la City.

Saint Helen’s fu restaurata dal architetto Quinlan Terry, non senza polemiche, siccome, tra altre cose, cambiò  l’orientamento dell’altare dal fondo di una navata ad un suo lato.

Non avendo visitato la Chiesa prima dell’attacco terroristico, non posso commentare sul restauro. Posso solo dire che la chiesa mi ha lasciato stupefatto e emozionato per la sua bellezza nobile ed ampia.

Mi domandavo come potevo aver aspettato così tanti anni a visitare la Chiesa di Santa Elena di Porta del Vescovo?

Lo spazio puro dell’edificio mi avvolse; i monumenti erano squisiti e certi mi facevano venire in mente la famosa Ilaria della cattedrale di Lucca col suo cagnolino fedele.

 

L’organo del 1744, restaurato da George Pike England nel 1810 e ultimamente da Martin Goetze e Dominic Gwynne nel 1996 è molto bello.

 

Per me, pero’, il fatto che venne qui William Shakespeare a pregare, è quello che mi ha più toccato in questa squisita chiesa.

dscn5347_1-1829971818.jpg

 

L’antico amore

unito nella pietra

col cagnolino.

 

Evensong: il Canto della Sera

Evensong è l’equivalente della Chiesa Anglicana dei vespri della Chiesa Cattolica. E’ una liturgia dove si recitano le preghiere della sera in forma cantata, ‘Evensong’ essendo un’abbreviazione di ‘Evening Song’.

Evensong è forse la più alta gloria della liturgia anglicana: la combinazione di musica corale, i salmi, gli inni e l’organo si uniscono per formare un rito dove la devozione a Dio e la creazione del uomo si fondono in un bellissimo atto di adorazione.

Eppure per un pelo non si sarebbe avuto tale esperienza religiosa. La riforma del re Enrico ottavo con la dissoluzione dei monasteri e la liberazione dal potere papale fece esplodere una grande varietà di opinioni di che cosa fare in posto delle vecchia liturgia. Sorse una situazione un po’ simile al brexit di oggi con, da una parte, i ‘duri’ che urgevano l’intera distruzione dei vecchi testi assieme alle musiche e gli organi, e i ‘soffici’ dell’altra che vedevano nella musica un sommo atto di devozione alla divinità.

Fu, infine, dopo anni di conflitti culturali e teologici, la figlia del re Enrico, Elisabetta I, a salvare la situazione.

Quello che importava era che le parole sacre non dovevano essere più in latino ma in inglese e che, quando cantate, dovevano essere ben capite invece di essere soffocate nella polifonia melismatica della scuola romana. In più, ci doveva essere molta più partecipazione dei parrocchiani nel canto e questo, naturalmente, necessitava la composizione, come fecero i luterani, di inni di congregazione.

Paradossalmente, furono i grandi compositori dell’era pre-riformatrice, in particolare Thomas Tallis, chiamato il padre della musica ecclesiastica inglese, a riscrivere la musica religiosa per il rito anglicano.

Un altro fatto strano è che compositori grandi, come William Byrd, rimasero cattolici quando gli fu chiesto di comporre musica per la nuova Chiesa anglicana e, infatti, scriveva Messe per i ‘recusant’, cioè le famiglie che segretamente continuavano a celebrare il rito Cattolico.

Quando mi trovo a Londra mi piace partecipare a Evensong, particolarmente in quel capolavoro di Wren, la cattedrale di Saint Paul’s.

 

Dall’entrata del coro al suono finale dell’organo, è un’esperienza che rimane splendida e unicamente inglese.

 

La forma di Evensong comprende un introduzione di confessione, due letture dalla Bibbia tratte dall’antico e nuovo testamento, i salmi, two ‘canticles’: il Magnificat ed il Nunc Dimittis, il Credo, il Kyrie, il Padre Nostro, concludendo poi con un inno chiamato ‘Anthem’. Ieri sera questo era composto per la festa di Cristo Re da James MacMillan, un grande compositore scozzese allevato nella fede Cattolica, (ha composto parecchie Messe e lui e sua moglie sono Domenicani laici. Infatti, Macmillan assomiglia un po’ a Byrd nella sua eterogeneità religiosa).

Come sempre, l’eccelso livello dei cori inglesi si è manifestato nel Evensong di Saint Paul’s con le voci bianche dei ragazzini raggiungendo note stratosferiche e con una velatura di suoni assolutamente paradisiaci.

 

 

 

Dovrei aggiungere, con rispetto, che anche il coro della cappella Sistina ha molto da imparare dalla perfezione del canto inglese poiché, come disse Sant’Agostino, pregare cantando bene vale quanto come pregare bene tre volte.

Che ci protegga

il canto della sera

dall’oscurità…

Ottagonalita’ a Londra

Le chiese più antiche furono edificate con pianta ottagonale. Basta pensare a San Vitale a Ravenna

che fu l’ispirazione per Carlomagno per la sua cappella reale di Aquisgrana.

german_heritage-2014-2429_new1686095482.jpg

In Toscana esiste un magnifico esempio: la Chiesa del Santo Sepolcro a Pisa dell’architetto Diotisalvi che risale al dodicesimo secolo.


Il concetto di una pianta ottagonale fu particolarmente applicato ai grandi battisteri italiani. Il primo in questa forma fu il battistero degli Ariani a Ravenna che abbiamo visitato nel 2017.

I più famosi Battisteri in questa forma sono certamente quello di Parma


e quello di Firenze (dove fu battezzato il babbo di mia moglie).

battistero_firenze-1400033996.jpg
La forma ottagonale per le chiese fu largamente abbandonata in favore di quella rettangolare, con abside curva, nell’era romanica, e quella cruciforma nell’epoca medioevale. Chiaramente, per il simbolismo cristiano e per l’uso liturgico, la forma a Croce era diventata più adatta.

Durante il rinascimento ritornò il concetto di una chiesa centralizzata, rotonda ma non ottagonale. Di queste chiese ce ne sono tante in Italia; per esempio, in Toscana, l’elegante Sangallese Santa Maria delle Carceri a Prato.

prato,_santa_maria_delle_carce1686095482..jpeg

e, a Roma, lo squisito tempietto del Bramante a San Pietro in Montorio.

01_base289438511.jpg

Raramente risorse la forma ottagonale. A Firenze mi viene in mente solo la Chiesa dei Sette Santi Fondatori, in stile neo-gotico, costruita nel 1910 dall’architetto Luigi Caldini.


La sfida tra la Croce occidentale e la Croce greca, tra pianta rettangolare e pianta quadrata fu particolarmente dibattuta nelle grandi cattedrali di Roma (San Pietro) e Londra (San Paolo). Ambedue gli architetti, Michelangelo e Wren, desideravano chiese centralizzate a forma greca, perché considerate più perfette e vicine allo spirito di quel tempio supremo, il Pantheon, ma i loro piani dovettero essere modificati per quella cruciforme, principalmente per le esigenze liturgiche.

0260169da6fee1afd6fee82309381f-1601959804.jpg

(Pianta originale di Saint Paul’s Cathedral, London)

Almeno, però, nel caso di San Pietro l’altare principale si trova sotto la cupola, mentre a Saint Paul l’altare è situato nell’abside, riflettendo la vecchia cattedrale gotica.

Ritornando alla primitiva forma ottagonale e centralizzata, in Inghilterra esistono quattro chiese circolari che risalgono al medioevo e che sono certamente ispirate alla Chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

Queste chiese sono:

1. Holy Sepulchre, Cambridge. Una chiesa ben nota da me dato che passai i miei tempi universitari in quella città.

2. St. John the Baptist, Essex.

3. Holy Sepulchre, Northampton.

4. Temple church, London. Stupenda anche per i suoi concerti d’organo.

 

(Vedere anche il mio post a:

https://longoio3.com/2018/03/06/londons-templar-knights/)

Di chiese di forma ottagonale inglesi ci sono poche. Come descritto nella mia posta sul metodismo, il fondatore, John Wesley, preferiva quest’approccio e ne esiste un bel esempio originale a Arbroath nella Scozia.


A Londra c’è un bellissimo esempio nella Chiesa di Saint Dunstan in the West che si trova nel Fleet Street.

Di origine medioevale la Chiesa fu ricostruita nel 1830 da John Shaw quando fu allargata Fleet Street. Shaw utilizzò il piano ottagonale per usufruire maggiormente lo spazio limitato concesso a lui per la ricostruzione.

La Chiesa di Saint Dunstan serba un’insigne storia. William Tyndale, il primo traduttore della Bibbia in inglese e messo al rogo nel 1536, fu qui predicatore come anche John Donne, il grande poeta metafisico diventato poi decano di Saint Paul’s.

dscn5223_11028958144.jpg

Il soffitto di Saint Dunstan è particolarmente stellare…

dscn5218_11686095482.jpg
Il campanile rievoca la forma ottagonale

who-are-we1686095482.jpg

e l’orologio, con i mitici giganti Gog e Magog che battono i campanelli delle ore con i loro randelli, è menzionato da parecchi scrittori inglesi incluso Dickens (David Copperfield), Goldsmith, Trollope e Cowper.

Saint Dunstan è anche un grande esempio di ecumenismo siccome è una delle chiese inglesi che condividono il loro edificio con la chiesa ortodossa romena. Infatti, c’è un bellissimo iconostasi che occupa uno dei otto lati.

st_dunstan_in_the_west,_fleet_-1077354958..jpeg
Infine, vorrei riflettere un poco sul simbolismo mistico del numero otto. Basta pensare al segno dell’eternità: un numero otto messo sul suo lato. Infatti l’otto significa la resurrezione e la rigenerazione, venendo subito dopo il sette che significa la fine di un evento – pensa alle sette ultime parole di Cristo sul crocifisso.

Ora, poi, entriamo il mese prossimo nell’ottavo di Natale – il periodo liturgico fra il 25 dicembre e il 1 gennaio.

Se poi ci si avvia in una cultura molto diversa, quella cinese, l’otto assume un’importanza suprema. I monaci buddisti portano al collo 108 perline, e vivere al numero 88 di casa significa la possibilità di suprema felicità….ma ora sara meglio che termini questo mio post qui….solo per dire che, per me, la più favolosa manifestazione dell’ottagonalita’ è la lanterna centrale della cattedrale di Ely nel Fenland dell’Inghilterra, a me la più cara di tutte le chiese del mondo…

561px-ely_cathedral_octagon_la1686095482.jpg

Otto angeli:

apre l’apocalisse,

rinascimento.

 

La Chiesa che Vola

C’è una filastrocca che ogni Londinese conosce.
Comincia:

Oranges and lemons
Say the bells of Saint Clement’s’

e continua con la melodia in imitazione delle campane di altre chiese di Londra. La canzone è usata per un gioco di bambini e raffigura anche nel romanzo di George Orwell, 1984.

Tutte le chiese menzionate nella canzone esistano ancora.

La prima, Saint Clement, dedicata a San Clemente il martire romano, potrebbe essere Saint Clement Danes oppure Saint Clement Eastcheap. Comunque, sono le campane di Saint Clement Danes che suonano la nota melodia ogni ora.

L’architetto di questa elegante chiesa, che si trova vicino il palazzo reale di giustizia, fu il grande Sir Christopher Wren, nel 1683.

Nel 1940 Saint Clement Danes fu colpita dalle bombe tedesche lasciando solo le mura e il campanile.

dscn5205_1-1788571256.jpg

Abbandonata in uno stato di rovina per dieci anni la Chiesa fu ricostruita e, in un atto d’ispirazione, dichiarata la chiesa principale dell’aeronautica britannica che, nella ‘Battle of Britain’, salvo’ il Regno Unito dall’invasione nazista.

Come disse Churchill, ‘mai nella storia del conflitto umano fu così tanto dovuto da così tanti a così pochi.’ Infatti, la vita media di un pilota inglese nel combattimenti della seconda guerra era di sole quattro settimane!

Quest’anno si celebra il centenario della fondazione dell’aeronautica britannica e Saint Clement Danes ha organizzato un anno pieno di celebrazioni.

Intanto, guardiamo un poco attorno e dentro questo maestoso edificio che commemora gli aviatori, non solo britannici ma anche polacchi e canadesi, che hanno difeso la libertà di queste isole.

 

Davanti alla Chiesa ci sono le statue del maresciallo Dowding che fu comandante nella grande battaglia per la libertà di questo paese, e, più polemicamente, di ‘Bomber’ Harris, che diede gli ordini per il bombardamento di Dresda negli ultimi mesi della seconda guerra. Infatti, questa statua fu solo eretta nel 1992.

dscn5190_1_1-1649255185.jpg

 

 

Sulle nostre ali,

lottiamo tra le fiamme

verso le stelle.

 

PS. Se conoscete l’inglese l’intera ‘nursery rhyme’ va così:

“Oranges and lemons,
Say the bells of St. Clement’s.

You owe me five farthings,
Say the bells of St. Martin’s.

When will you pay me?
Say the bells at Old Bailey.

When I grow rich,
Say the bells at Shoreditch.

When will that be?
Say the bells of Stepney.

I do not know,
Says the great bell at Bow.

Here comes a candle to light you to bed,
And here comes a chopper to chop off your head!
Chip chop chip chop the last man is dead.”

E la melodia è questa:

John Wesley a Londra

John Wesley (1703-1791) è stato un chierico e teologo inglese che, assieme al fratello Charles e il compagno chierico George Whitefield, fondò il Metodismo.

dscn5132_11984072676.jpg

Se uno pensa ai santi detti ‘sociali’ di Torino, come Don Bosco e Cottolengo, e alle missioni dei passionisti in Italia si può avere una buona idea dell’impatto speciale sulla chiesa anglicana del settecento che ebbe il metodismo.

Dopo essersi laureato a Oxford Wesley fu ordinato prete anglicano. Formò un ‘club della santità’ il quale scopo era di studiare la Bibbia a fondo e di riscoprire le radici di una vita cristiana devota.

Si deve capire che la chiesa anglicana in quell’epoca non aveva grandi aspirazioni ad una vita di profonda ispirazione religiosa. Era, in fondo, niente altro che un riflesso della società inglese con il suo sistema di classi stratificati di nobili, mercanti e manovali.

Wesley cambiò tutta questa struttura ortodossa dettata dai politici in potere. Nel 1738 si sentì nel cuore uno ‘strano calore’ che gli segnò una seconda conversione ad un cristianesimo più vicino al popolo e più corrispondente alle esigenze sociali.

Per quasi tutto il resto della sua lunga vita John Wesley fece più di trecento mila (!) kilometri di viaggi a cavallo predicando all’aperto, in qualunque luogo si trovava, ad una folla senza distinzione di classe o di cultura o di colore, portando il messaggio che tutti potevano essere salvati se aprivano il cuore alla grazia di Dio.

dscn5066_12060491321.jpg

In questo senso Wesley abbracciava la dottrina Arminia di redenzione a dispetto del compagno Whitefield che rimaneva calvinista e credeva nella predestinazione.

Quando fu chiesto qual’era la sua parrocchia Wesley rispose ‘tutto il mondo è la mia parrocchia.’

La Chiesa anglicana diventò disturbata da questo predicatore, che molti pensavano fanatico, e lo proibì di predicare nelle sue chiese. Wesley, però, rimase sempre un prete anglicano e solo dopo la sua morte si fondò una congregazione separata, chiamata metodista, dopo la maniera meticolosa nella quale si studia le sacre scritture.

Questa congregazione ora conta più di ottanta milioni di devoti nel mondo.

Oltre a essere un grande predicatore Wesley fu anche un notevole benefattore dei poveri. Nelle sue missioni c’era sempre la mensa per gli affamati, la scuola per i bambini (molto prima che le scuole diventassero obbligatorie), e un centro sociale dove il popolo poteva riunirsi per discutere questioni religiose e laiche.

Le prime cappelle metodiste furono costruite su pianta ottagonale per avere un’acustica migliore per sentire le prediche e cantare gli inni. Il metodismo è famoso per la sua grande tradizione musicale. Il fratello di John, Charles, scrisse 6,500 inni tra i più belli mai composti e certi dei quali, in traduzione, hanno trovato posto anche nella Chiesa cattolica d’Italia.
Questa grande tradizione musicale fu continuata con i figli di Charles: Samuel, detto ‘il Mozart Inglese’ e Charles Junior, anch’esso compositore di bellissime sinfonie. Il figlio di Samuel, Samuel Sebastian Wesley (1810-76) fu un grande riformatore della musica liturgica anglicana.

Ora, però, le chiese metodiste sono generalmente costruite più a forma di grandi capanne.

Pochi passi a nord della City si trova la cappella madre del metodismo. Costruita nel 1778 da George Dance the younger è un sobrio e elegante edificio molto adatto alle prediche e con delle bellissime vetrate.

Al retro della Chiesa c’è un piccolo camposanto dov’è sepolto Wesley:

dscn5075_1910672354.jpg

Nella cripta c’è un interessantissimo museo che illustra la storia del metodismo.

Per me, però, la parte più suggestiva è l’attigua casa di Wesley che, tra altri cimeli, contiene un suo apparecchio che generava elettricità usato per trattare certi malanni. Il giardino cresce semplici che usava Wesley come descritti da lui in uno dei suoi tanti scritti sulla salute e il benessere.

L’energia inesauribile di Wesley poteva stancare molta gente, in particolare l’amico Doctor Johnson, menzionato in un mio recente post. Fino all’età di 87 anni, però, John Wesley fu sempre in forma, un fatto alquanto raro quando si parla del secolo diciottesimo!

Potrei definire Wesley un religioso pressoché socialista. Le sue preoccupazioni verso le ineguaglianze sociali dell’epoca furono fonte delle grandi opere che fece nell’aprire le mense, le scuole, gli ospedali e nel diffondere, non solo un più aperto approccio alla spiritualità, ma un rinnovato senso di responsabilità e di amore verso l’umanità.

Le sue ultime parole furono ‘la migliore cosa di tutto è che Dio è con noi’ .

Non è per caso che John Wesley sia stato elencato cinquantesimo fra i cento inglesi più amati ed importanti di tutti i tempi.

Cor riscaldato

nelle fiamme divine:

l’amor di Dio. 

 

Villeggiatura a Londra

Ogni villaggio in Inghilterra dovrebbe avere almeno questi otto articoli per chiamarsi un villaggio:

1. Una chiesa con un monumento ai caduti.

 

 

2. Un pub

 

 

3. Un ristorante fish and chips.

dscn4997_1-294672461.jpg
4. Un luogo dove si serve il the, un buon breakfast all’inglese e altre bontà.

 

 

5. Un ‘green’ o campo dove si possa fare una partita di cricket nell’estate, una partita di calcio oppure, semplicemente, una camminata.

 

 

6. Una village hall, cioè una sala parrocchiale.

 

 

7. Il palazzo di milord dell’antico feudo.

 

 

8. Più importante di tutti: un senso di comunità che permetta avvenimenti culturali e sociali di avere presenza e coltivare un senso di solidarietà.

 

 

Ora, con le mie foto illustrative, dove siamo nella verde e amena campagna inglese?

Affatto. Siamo, invece, a Londra. In preciso siamo a Charlton nella parte sud est della capitale. Come ho dichiarato in un post precedente, Londra non è altro che una catena di villaggi che si sono fusi per formare una delle più grandi e vivibili capitali del mondo.

Mi domando quanti villaggi della Controneria hanno queste qualità a sufficienza? Eppure troppi sono villaggi solo in nome….Senza questi profili pero’, in particolare, la solidarietà, ci sarà poca speranza per il futuro di Bagni di Lucca e i suoi villaggi.

Il cuore porta

il nome del villaggio:

scritto in amore.

I Liberi Pensatori di Londra

Parecchie piazze a Londra hanno al loro centro un giardino privato aperto solo alle case che lo circondano. Belgrave square è una di queste piazze. Altre piazze hanno il loro giardino ora aperto al pubblico. Red Lion Square nel distretto di Holborn è una di queste.
Fu pianificata da Nicholas Barbon, un speculatore e economista, nel 1684 e presto divenne un luogo di moda.

dscn2201_12078071434.jpg
Nell’era vittoriana subì una decadenza che durò fino al ventesimo secolo. Fu qui nel ‘wages ispectorate’ che ebbi uno dei miei primi impieghi a Londra. Il reparto stabilì le minime paghe accettabili per quei lavori che non erano rappresentati dai sindacati; per esempio, i parrucchieri, i camerieri e le sarte. Se uno credeva di essere sottopagato ci poteva telefonare e si mandava un ispettore per verificare e rivedere lo stipendio.

Ora non esiste più questo utile reparto. Ci sarebbe invece una minima paga stabilita dal governo per tutti (che in troppi casi viene poco rispettata) e i sindacati hanno perso molto della forza che avevano anche trent’anni fa.

Infatti, il mercato del lavoro sta diventando sempre più ‘selvaggio’ che mai e le disparità tra i ricchi e i poveri si sono allargati in maniera allarmante negli ultimi anni.

Mi ricordo di Red Lion Square nei suoi anni di degrado quando era alloggio per i senza tetto e gli alcolici e drogati.

In una recente visita ho incontrato, invece, una piazzetta messa per bene con un cafè bar e panchine dove gli impiegati attorno possono passare la loro ora di pranzo e le mamme portare i loro bambini.

 

Anche se, purtroppo, poche delle case originali sono ancora in piedi e se, perfino, il mio ufficio è stato rimpiazzato, Red Lion Square (chiamata dopo un vecchio pub del ‘Leone rosso’) serba delle memorie importanti per tutti quelli che credono nella libertà di pensiero e combattono le tendenze neo-fasciste che, purtroppo, rimangono sempre nella nostra era.

Per esempio, in mezzo al giardino c’è la statua di Fenner Brockway (1888-1988), grande pacifista, capo del partito laburista indipendente, vegetariano, giornalista, militante per l’indipendenza dell’India, capo della lega contro l’imperialismo, contro il traffico delle armi, scrittore di romanzi utopici, amico di George Orwell e partigiano con lui nella guerra civile spagnola, anti-razzista, anti armi nucleari, presidente per la pace in Vietnam, riformatore del sistema d’incarcerazione e membro della società umanista ed etica di South Place, che ha la sede nella Conway Hall sulla medesima piazza.

A pensare che avere delle idee come Brockway, già ancora poco facile oggi, doveva essere una sfida molto più difficile nella prima metà del secolo scorso. Infatti, Brockway fu imprigionato e tenuto in isolamento per la sua opposizione alla Grande Guerra.

Un altro grande, commemorato nella piazza del Leone Rosso, è il filosofo (fondatore della filosofia analitica), storico, premio Nobel per la letteratura, attivista politico e matematico, Bertrand Russell (1872-1970), amico di Lord Brockway e con idee molto simili per le quali, anche lui, fu imprigionato. Disse anche, notoriamente, ‘non morirei mai per quello che credo perché forse potrei essere sbagliato.’

bust_of_bertrand_russell-red_l-469508102.jpg

Russell fu anche grande ammiratore del poeta che ha vissuto a Bagni di Lucca, Percy Bysshe Shelley, il quale sapeva a memoria. Incontrò perfino Lenin (che lo deluse).

Due altri grandi associati con questa piazza, trascurata da troppi turisti, sono il poeta e artista di origine Italiana, Dante Gabriel Rossetti e William Morris che fondò la sua ditta di ‘arts and crafts’ in questa casa.

dscn2199_11354013312.jpg

Più recentemente, fu in questa piazza che, nel 1974,  morì un giovane studente, Kevin Gately, alle mani delle forze dell’ordine durante una protesta contro il National Front, un partito di estrema destra.

A questo punto chiederete che cos’è il South Place (Conway Hall) Ethical Society. E’ la più antica società di liberi pensatori nel mondo, (penso anche a quella di Montefegatesi), fondata nel 1888 da William Johnson Fox che cominciò come predicatore religioso e finì come umanista.

L’oggetto della società è quella di sviluppare lo studio, la ricerca e l’istruzione nei concetti etici ed umanisti.

L’edificio art deco contiene la biblioteca etica più grande del mondo.

 

Ha una bella sala col motto ‘sia vero a te stesso’.

dscn2203-1047916414.jpg

In questa sala, di ottime acustiche, ogni domenica c’è una serie di concerti di musica da camera che risale al 1887.

dscn2202511721728.jpg

Insomma, Red Lion Square, cosi’ poco distinta in aspetto, contiene molte importanti memorie, non solo personali, ma anche di persone e di idee che hanno tanto lottato per farne del nostro pianeta un mondo migliore.

Chissà se mai lo diventerà?

Charlot a Londra

Quando il grande Charlot (o, come gli inglesi lo riconoscono, ‘Charlie Chaplin’), ritornò a visitare i suoi luoghi natali a Walworth nella Londra del sud, vicino alla zona chiamata ‘Elephant and Castle’, non volle visitare un certo edificio. Era l’ospizio di mendicità, il ‘Lambeth Workhouse’, un posto temuto per le sue degradanti umiliazioni e dove la famiglia di Charlot fu intrattenuta per ben due volte prima che il bambino avesse nove anni di vita.
Il padre alcolico era quasi sempre assente da casa e, quando Charlot compì quattordici anni, la sua mamma fu ammessa nel manicomio di Cane Hill, (un luogo conosciuto da noi quando si visitava forse l’allievo più educato della nostra classe di scuola media, e dove morì a causa di una medicina datagli in errore.)

Intanto, il padre di Charlot morì di cirrosi del fegato poco dopo l’entrata della mamma in manicomio.

 

 

Tali furono le memorie traumatiche per il sommo artista di questo luogo triste.

Entrando nel mondo del teatro di varietà Charlot divenne membro della compagnia di Fred Karno, assieme a Stan Laurel (che poi si mise assieme con Oliver Hardy come ‘Stanlio e Olio’.)

La compagnia andò a far un tour in America e, già nel 1918, Chaplin era diventato il più famoso attore, direttore e regista comico del mondo.

Ora l’ospizio infame ospita il museo del cinema, fondato da due appassionati, Ronald Grant e Martin Humphries, nel 1986.

La collezione si concentra sul fenomeno sociale del cinema. Mi ricordo le lunghe file per vedere l’ultimo film, le collezioni di cartoline di famosi attori, i sedili ‘a due’ nell’ultima fila per i fidanzatini, le mascherine in elegante divisa che mostravano i nostri posti con le lampadine tascabili color rosso, i portaceneri con lo smog delle cigarette che imbruniva le mura della sala, i venditori di gelati e bibite con il vassoio appeso sul loro collo, il concessionario in splendido uniforme, e il club per ragazzi del cinema con spettacoli il sabato mattina (la scuola in Inghilterra è solo dal lunedì al venerdì).

 

 

Più di tutto mi ricordo del passato splendore dei cinema. Costruiti in festoso stile art deco mostravano un altro mondo fantasioso, pieno di bellezze soltanto sognate. Purtroppo così tanti cinema sono stati demoliti. Però ne esistono a Londra certi capolavori come questo di Tooting.

 

 

In Italia, a Firenze, l’Odeon vicino al Palazzo Strozzi dona una bellissima idea del cinema di una volta.

cr_foto-5-cinehall_112812969383062.jpg
Tutto questo magico mondo di ‘cinema paradiso’ scomparve rapidamente con l’entrata del televisore nelle case degli inglesi. Nel mio caso, il babbo si è abbassato ad accettare una televisione (a noleggio) nel nostro salotto ma, allarmato dalla nostra fissazione sul piccolo schermo, dopo qualche settimana la restitui’ alla ditta di noleggio (Radio Rentals). Rispondendo, però, ai nostri piagnucoli, disse, ‘per ricompensa vi porterò al cinema ogni settimana’.

Più tardi ritornò l’infame televisore a casa, ma mi ricorderò sempre di quell’epoca d’oro di famiglia quando si usciva tutti insieme a vedere film come ‘The Sundowners’, ‘Cry for Happy’ e ‘The Greengage Summer’.

La collezione del museo è vasta e si può solo vedere una parte alla volta. Un portiere in splendida livrea ci ha accolto con una divertente introduzione e poi abbiamo visitato il museo.

Nella vecchia cappella del ‘workhouse’ abbiamo goduto un thè e biscotti.

 

 

La visita è finita quasi cinque ore dopo con un bel montage di film vecchi.

Insomma, per quelle ore eravamo incantati dalla magia del cinema come non ci è successo da molto tempo.

Sono sempre più dell’opinione che, vedendo il mondo com’è, la televisione danneggia la salute. Frequentero’ il cinema di più col suo grande inimitabile schermo e ritornerò a diventare bambino di nuovo!

 

 

La Storia di un’Aristocratica Italiana a Londra

Sono stata battezzata col nome Virginia, ma mi chiamano ‘Ginnie’, e sono nata di padre italiano e madre ungherese.

Frequentai una scuola di convento nella parte Rumena dell’impero Austro-Ungarico.

Mi descrivevano come una ragazza ribelle e poco ‘comme il faut’, come dicono i francesi. Per esempio, mi sono fatta fare un tatuaggio di un grande serpente sul davanti della mia gamba destra. Oggi, forse, non si batte un occhio ma a quei tempi era considerato scandaloso per una ragazza ‘per bene’ farsi tatuare.

La mia famiglia non era troppo benestante e così sono andata alla ricerca di un marito ricco. Ho scelto il conte Spinoza, un po’ anziano ma con le tasche piene! Mi regalo’ perfino una Lancia e imparai a guidarla in un epoca dove anche andare in bicicletta era considerato ‘outre’ per le donne.

Anche se potevo avere tutto quello che desideravo il matrimonio fallì. Imparai che ci vuole anche l’amore, oltre ai soldi, in un unione e il conte non mi poteva affatto soddisfare. Ho dovuto ricorrere alla Sacra Rota e il matrimonio fu annullato.
Sola, senza figli, ma con un ampio mantenimento dal vecchio, sono ritornata ad essere la signora Peirano.

Poi, durante una vacanza nelle Alpi francesi, ho incontrato l’amore della mia vita. Nato nel 1883, e più giovane di me di circa dieci anni, era il figlio minore di Sydney Courtauld, discendente di profughi protestanti francesi ugonotti, e fratello del fondatore del Courtauld institute di Londra.

La famiglia di Stephen fece la sua fortuna nell’industria dei tessili, inventando il primo tessile artificiale, il rayon, che è così simile alla lussuosa seta. Con questo brevetto è diventata la famiglia tra le più ricche del Regno Unito.

Stephen non fu soltanto ricco. Era un bel uomo e appena mi vide all’apres ski gli venne una cotta per me che non l’ha mai lasciato, anche se ammetto che sono una persona un pochino fuori dalla solita figura di aristocratica inglese con un temperamento abbastanza focoso.

Amavo però il carattere colto, timido, calmo, cauto e generoso di Stephen.
E anche coraggioso! Fu il primo a scalare, come montanaro esperto, la cosiddetta ‘faccia innominata’ del Monte Bianco quando ci siamo incontrati per la prima volta nel 1923. Per poi non parlare del suo coraggio nella grande guerra dove, a Gallipoli, nella brigata degli ‘artist’s rifles’, (composta da pittori, scrittori, artisti), gli fu conferito la medaglia all’ordine militare. (La vita media di un soldato al fronte durante quell’epoca terribile era di sole sei settimane…..).

Ci siamo sposati nel 1923 a Saint George’s Hanover Square. Stephen non entrò negli affari della sua ditta ma si dedicò invece alle opere di beneficenza e di cultura. Fece una magnifica collezione di quadri di pittori moderni e antichi; fu parte dell’amministrazione di Covent Garden e della grande Cinecittà di Ealing (era amico di Korda, marito della stupenda Merle Oberon, la Cathy nel film ‘Cime Tempestuose’ con Sir Lawrence Olivier).

La realizzazione più grande di mio marito, anzi, più correttamente, direi di noi due, fu l’acquisto per novanta nove anni del contratto di locazione dell’antico Palazzo Reale di Eltham nel 1933. Si cercava un posto vicino al centro di Londra ma quieto e campestre e l’abbiamo trovato in un fienile cadente che, una volta, faceva parte di un maestoso palazzo del re Edoardo II. Iniziato nel 1305, qui nacque il re Enrico ottavo che nel palazzo ricevette Thomas More e Erasmo!
La grande sala è la terza più grande in Inghilterra con un soffitto ligneo detto ‘a raggio di martello.’ Bastava a me vederlo per la prima volta per dire a Stephen ‘facciamo di questa desolazione la nostra casa.’

 

 

In tre anni i nostri architetti John Seeley e Paul Edward Paget trasformarono le rovine del palazzo in una dimora che, allo stesso tempo fu criticata come ‘la più bella dimora in stile ‘art deco’ delle nostre isole’ e come ‘una fabbrica di tabacchi situata nel posto sbagliato’!

Ma a noi non c’importava quello che dicevano gli altri. Quando li invitavamo alle nostre feste, quando vedevano le nostre attrezzature più moderne: la centralina telefonica, l’impianto di riscaldamento sotto-pavimento (anche per la grande sala medioevale), le camere per gli ospiti con armadi a muro, sistema radiofonico, sale da bagno en suite, il cinema….insomma, tutte le nuove tecnologie dell’epoca e tutte inserite in un palazzo con intarsi, mosaici, finestre illuminate, bas-relief…i nostri ospiti rimanevano a bocca aperta!

 

 

Il marchese Pietro Malacrida ci ha aiutato molto nel design del nostro paradiso della Londra sud-est. Erano sue le idee per le luci nascoste, i tappeti, i mobili, le porte decorate con le nostre creature preferite…

Parlando di animali non mi scorderò mai del mio amato lemure Mah-Jongg, soprannominato ‘Jonghi’. Fu comprato a Harrods nel 1923 e visse con noi quindici anni (poteva avere vissuto più a lungo – certi lemuri giungono fino a trent’anni). Veniva con noi sui nostri viaggi e aveva la sua stanza, riscaldata si capisce, con una scala di bambù dalla quale poteva scendere e gironzolare dove voleva in casa.

 

Guai a chi prendeva eccezione al nostro amatissimo Jonghi. Veniva morso! Era un ottimo giudice di carattere. Purtroppo sbaglio’ una volta. Stephen aveva sponsorizzato una spedizione aerea attraverso le zone polari nel 1930. Jonghi morse la mano del radio tecnico Percy Lemon che prese un infezione che ritardo’ la spedizione per tre mesi.
In mancanza di figli Jonghi era il nostro grande amore.

 

Non si deve però dimenticare il nostro bel alano.

Ritornando al nostro palazzo ricordiamo l’amico svedese, Rolf Engstromer, che progettò la stupenda sala d’ entrata con i suoi suggestivi intarsi evocando le città dell’Europa nordica e quella mediterranea.
L’intero complesso è circondato da un fossato attraversato dal più antico ponte di tutta Londra. Come giardiniera entusiasta mi son data a creare un giardino dopo l’altro. Mi sono particolarmente affezionata a creare quello delle rose.

 

Purtroppo tutte le cose più belle durano poche. È scoppiata la seconda guerra, mio marito fu chiamato a servizio di protezione civile e nel 1940 una bomba incendiaria del nemico colpi’ il tetto della grande sala mettendo una parte alle fiamme.

Non ce la facevo più. Ero già diventata vecchia. Non si poteva rimanere a Londra così. Nel 1944 abbiamo lasciato l’amato Eltham Palace e donato gli anni rimasti del nostro contratto di locazione all’esercito britannico che, fino al 1992, ha usato l’edificio come scuola per ufficiali militari.

Abbiamo passato i nostri ultimi anni nel paese che ora si chiama Zimbabwe e costruito un altro bel posto a Penhalonga.

the-courtaulds-by-the-pond-at--263307049.jpg

Anche lì Stephen dette molto alla comunità con fondi per nuove scuole, una galleria nazionale, un teatro e una sala di concerti.

Anch’io contribuì, migliorando la vita delle donne di Zimbabwe.

La nostra casa in Africa ora è diventata un albergo di lusso. Ci siamo poi spostati sull’isola di Jersey. Stephen morì nel 1967 e io incontrai il Redentore nel 1972.

Abbiamo avuto una vita felice e fortunata. La nostra ricchezza l’abbiamo usata a migliorare le sorti di quelli meno propizi di noi. Siamo stati patroni degli artisti e……..siamo riusciti a salvare un palazzo reale per la nazione. Godetevelo!

dscn1661_1109414985.jpg

(Io, Jonghi e Stephen)