Il Veliero Più Veloce nel Mondo

Da una tenera età ho conosciuto la ‘Cutty Sark’ che si trova a Greenwich. Il nome della nave viene dal scozzese per ‘camicetta per donna’.

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Costruita sul fiume Clyde, Glasgow, nel 1869 per la Jock Willis Shipping Line, fu una delle ultime clipper (la parola ‘clipper’ significa sveltezza) per il trasporto del tè ed è una delle più veloci, arrivando alla fine di un lungo periodo di sviluppo del design, che s’interruppe quando le navi a vela furono sorpassate da quelle a vapore.

La velocità era importantissima perché le prime navi che sbarcavano nel porto di Londra dalla Cina comandavano i prezzi più alti nel mercato per il tè.

L’apertura del Canale di Suez nel 1869 indicava che le navi a vapore ora avevano una rotta molto più breve verso la Cina, quindi la Cutty Sark trascorse solo pochi anni nel commercio del tè prima di dedicarsi al trasporto di lana dall’Australia, dove detenne il record di velocità dei clipper della Gran Bretagna per dieci anni (73 giorni per salpare 19711 kilometri, equivalente a 270 kilometri al giorno, cioè quasi 12 kilometri all’ora.)

I miglioramenti nella tecnologia del vapore fecero sì che anche le navi a vapore gradualmente arrivassero a dominare la rotta di navigazione per l’Australia, e la nave fu venduta alla società portoghese Ferreira and Co. nel 1895 e ribattezzata ‘Ferreira’. Continuò come nave da carico fino a quando non fu acquistata nel 1922 dal capitano Wilfred Dowman, che la usò come nave da addestramento a Falmouth, in Cornovaglia. Dopo la sua morte, la Cutty Sark fu trasferita al Thames Nautical Training College, Greenhithe nel 1938, dove divenne una nave di addestramento per i cadetti come si usa ancora l’Amerigo Vespucci nella marina Italiana. (Vedere il mio post sull’Amerigo Vespucci a

https://longoio2.wordpress.com/2016/10/13/sea-fever/

E a:

https://longoio.wordpress.com/2014/03/23/a-top-secret-establishment/

Vedere anche i modellini di questi velieri in una mostra a Prato nel mio articolo a:

https://longoio.wordpress.com/2014/01/15/prato-tuscanys-manchester/

Nel 1954 la ‘Cutty Sark’ fu trasferita nel bacino di carenaggio permanente a Greenwich, Londra, per essere aperta al pubblico.

La Cutty Sark fa parte della flotta storica nazionale. È una dei soli tre rimanenti velieri del XIX secolo costruiti di legno su un telaio di ferro del XIX secolo.

 

 

Gli altri sono la ‘città di Adelaide’, arrivata a Port Adelaide, nel South Australia il 2014 per conservazione e lo scheletro spiaggiato del ’Ambassador’ del 1869 vicino a Punta Arenas, in Cile.

La nave è stata danneggiata da un incendio grave nel 2007 mentre era in fase di conservazione. Non l’ho più voluto vederla per tanto tempo dopo l’incendio, tale fu questo magnifico veliero vicino al cuore. Poi, quando la rividi, non mi piaceva per niente la sua nuova sistemazione con lo scafo mezzo affondato in una struttura che sciupava le elegantissime linee del clipper.

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Comunque, ho preso coraggio e l’altro giorno l’ho rivisitata. Certo, la nuova sistemazione consente di vedere l’esterno della nave molto meglio.

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La ‘Cutty Sark’ non è più navigabile, però, imprigionata tra il cemento. D’altra parte tali ‘clipper’ furono costruite per una vita di non più di una ventina di anni: è, così, un miracolo che questo magnifico esemplare ha sopravvissuto fino ai giorni d’oggi.

La vita dell’equipaggio di venti sei persone è molto ben presentata, persino al  tipo di cibo di cibo che mangiavano. (Per la più parte, carne secca, uova – tenevano le galline a bordo – fagioli e le lime contro lo scorbuto).

C’è anche un divertente gioco, dove si può navigare un veliero dalle Indie fino a Londra senza affondarla (c’è lo fatta io in ottanta sette giorni). Tutto è spiegato molto bene.

Interessante è la collezione di polene da altre navi: tra di loro sono Florence Nightingale e Garibaldi.

Intanto, qui ci sono degli scorci della ‘Cutty Sark’, con le cabine per l’equipaggio e il suo capitano. Notate la polena della ‘Cutty Sark’ con la sua camicetta.

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Veliero, mai più volerai

per i mari del mondo:

sempre svelato.

 

Chi Era la Regina Victoria?

Ogni nazione cambia perennemente l’immagine che tiene dei suoi grandi personaggi. Per esempio, di Garibaldi ho letto libri che lo presentano in maniera classica come l’eroe dei due mondi e il grande partecipe all’unificazione dell’Italia. Altri libri, invece, lo trattano come uno che, conquistando il regno delle due Sicilie, ha aiutato a iniziare la fase del brigantaggio, il problema del mezzogiorno, e perfino la mafia.

Nel Regno Unito Garibaldi rimane sempre ben considerato. Di un incontro con lui, disse il poeta Tennyson, ‘possiede la divina stupidità di un eroe’ e, durante una mia recente visita a Greenwich, vidi una collezione di polene tra le quali questa:

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La regina Vittoria ha avuto, anch’essa, le sue fasi di glorificazione e di disprezzo. Fu la grande madre del buon impero britannico o fu, invece, un simbolo dell’oppressione del terzo mondo?

Al palazzo di Kensington, l’altro giorno, ho visitato due mostre sulla Vittoria curate da Deirdre Murphy, che tragicamente morì di cancro poco prima dell’inaugurazione.

Le due mostre rivelatrici, intitolate ‘Victoria: Woman and Crown (Donna e Corona)’ e Victoria, ‘A Royal Childhood, (un’infanzia regale) sono veramente belle, anche perché le stanze nelle quali crebbe la Victoria sono riportate allo stato originale. Celebrano il dugentesimo anniversario della nascita della regina (che fu il sovrano che regnò più a lungo – 63 anni e 216 giorni – affinché non fu sorpassata dalla regina Elizabeth II il 9 settembre 2015.

 

All’età di soli diciotto anni Vittoria, (il suo vero primo nome era Alexandrina), divenne regina e dovette affrontare un maschilismo dai suoi ministri che, con determinazione e con l’amore genuino cresciuto dopo lo sposalizio combinato col cugino Alberto di Saxe-Coburg, conquistò.

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Ecco il ritratto che fece dipingere dal favorito Winterhalter e che solo il consorte poteva vedere.

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I suoi figli fecero matrimoni con tutte le famiglie reali d’Europa.  Divenne imperatrice dell’India e il suo servo più amato era da quella nazione. Vide l’invenzione delle ferrovie, del telegrafo, dell’anestesia e molto altro che cambiò il suo secolo per sempre.

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(Albert, Prince Consort)

La morte dell’amato consorte nel 1861 la trovo’ ultra-desolata e, per il resto della sua vita, si vestì solo di nero.

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(La sconsolata ‘Vedova di Windsor’)

Nel ventesimo secolo Vittoria divenne un simbolo d’ipocrisia e usanze demodé ma è ora stata rivalutata in maniera più considerata. Nel suo diario, che tenne tutta la vita, si legge che era anti-razzista, desiderava l’amore dei sudditi, era parecchio emotiva, e anche spiritosa. Di un suo ministro Gladstone, per esempio, disse, ‘parla con me come se fossi un raduno pubblico.’ Ebbe sempre misteriose relazioni con il suo ‘gillie’ (servo scozzese) John Brown.

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(Con John Brown)

Era un’ottima artista di acquarelli. Alla fine, un poco come la regina Elisabetta prima, fu pressoché deificata dal suo popolo. Insomma, ridonò rispetto alla famiglia reale, il rispetto che era stato perso tramite gli eccessi lussuosi dei suoi predecessori, in particolare Giorgio IV.

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La dimora di Kensington Palace e i suoi giardini presentano l’aspetto di un caratteristico palazzo reale inglese. Senza l’estrema fastosità di Versailles o di Caserta, dimostra che anche un palazzo può essere una struttura adatta per una vita alquanto domestica che formale.

 

Mostra anche che esiste ancora un velo di melanconia su questo palazzo. Qui visse, sconsolato, il re Guglielmo dopo la morte della sua amata Mary, come descrivo in questa mia poesia (traduzione segue):

WILLIAM’ S CLOSET

Unsmiling, crusty, you hardly spoke

and when you did the accent was too thick;

unpopular saviour, the people loved

your Queen and when she died something did pass

for always in the palace gardens,

the swan-crowned river and the kingdom’s fields,

for you were always mentioned together

and how could only half a person reign?

Yet in the midnight of your inner room

upon the heavenly ceiling there she lies:

a Venus to your Mars, disarms you quite

and with her lips and breasts, opens a smile

on the wall of your face while ducks and drakes

touch beaks upon the flowering pergola.

 

IL GUARDAROBA DI WILLIAM

Senza sorriso, irascibile, quasi mai parlavi

e quando lo facevi l’accento era troppo intenso;

salvatore impopolare, la gente amava

tua regina e quando morì qualcosa succedé

per sempre nei giardini del palazzo,

il fiume incoronato di cigni e i campi del regno,

poiché eri sempre menzionato assieme a lei

e come potrebbe regnare solo mezza persona?

Eppure nella mezzanotte della tua stanza intima

sul soffitto celeste lì giace:

una Venere al tuo Marte, ti disarma alquanto

e con le sue labbra e i suoi seni, apre un sorriso

sul muro del tuo viso mentre le anatre e i draghi

toccano i becchi sul pergolato fiorito.

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La Alexandrina Vittoria lasciò il palazzo e si trasferì a Buckingham Palace che d’allora in poi divenne la reggia principale metropolitana.

Qui  passo’ molti momenti infelici la principessa Diana.

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E qui mi parlò una guardia, con una certa emozione, della signora che aveva preparato tale bella mostra senza mai averla vista.

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Nella delizia

trova melanconia

sommo dominio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Chiesa Divisa in Due

La chiesa parrocchiale di Arundel, dedicata a Saint Nicholas e che risale al trecento, è uno dei pochissimi edifici religiosi inglesi che sono divisi in due parti di culto, una cattolica e un’anglicana, con il lato occidentale dell’edificio della chiesa occupato dalla parte anglicana di San Nicola.

La cappella cattolica FitzAlan, ora mausoleo privato dei Duchi di Norfolk, si trova nella parte orientale ed è dedicata alla Santissima Trinità. Richard FitzAlan, decimo conte di Arundel, era responsabile per la sua costruzione in stile gotico perpendicolare.

Tra le due parti fu costruito un muro dopo lo schisma del 1534. Questo muro me lo ricordo nella mia prima visita ad Arundel quando ero uno scout a campeggio e stavo facendo un’escursione a piedi. Mi sorprese e mi rattristò allo stesso momento.

Il muro è ora stato demolito e invece c’è un cancello di ferro battuto che divide le due parti.

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Per le occasioni religiose importanti il cancello è aperto e la chiesa diventa unita, non solo architettonicamente, ma anche ecumenicamente.

La parte anglicana della chiesa è stata fedelmente restaurata dal grande architetto vittoriano Gilbert Scott ed è molto suggestiva con le sue arcate gotiche e rimasti di antichi affreschi.

La cappella, invece, fu gravemente danneggiata nel 1643 durante l’assedio del castello di Arundel dai cannoni parlamentari nella guerra civile inglese. Rimase trascurata per tutto il diciottesimo secolo e usata perfino come stalla. Ora è stata rimessa accuratamente al suo stato originale.

Come mausoleo dei Duca di Norfolk contiene questi monumenti funebri particolarmente eccezionali.

Ho scritto una poesia su uno di questi monumenti. Ecco l’originale inglese, seguito dalla mia tradizione italiana:

 

ARUNDEL TOMB

 

Is this the altar of our dusty lives?

Upon this plinth of wealden stone we rest

and wait until the judgement day arrives

and grants the chaliced merit of our quest.

 

Our helms and girdles unremoved, with hands

unclasped upon the bier, love petrified

in chiselled folds before time’s endless sands,

we lie beyond dusk bodies, side by side.

 

Behind this masque our hearts still circulate;

above our heads a minute cosmos gleams

in crumbling paint, and stars compose our fate

while planets rise upon unfinished dreams.

 

For by our flanks the children stilled at birth

outstretch their little limbs upon this earth.

 

 

TOMBA DI ARUNDEL

 

È questo l’altare delle nostre vite polverose?

Su questo piedistallo di pietra ci riposiamo

e aspettiamo che arrivi il giorno del giudizio

e ci dona il merito del calice della nostra inchiesta.

 

I nostri elmi e le cinture sono rimasti immobili, con le mani

strinte dalla bara, l’amore pietrificato

nelle pieghe cesellate davanti le infinite sabbie del tempo,

riposiamo oltre i corpi del crepuscolo, fianco a fianco.

 

Dietro questa maschera i nostri cuori circolano ancora;

sopra le nostre teste luccica un minuto cosmo

in vernice sgretolata, e le stelle compongono il nostro destino

mentre i pianeti sorgono sui sogni incompiuti.

 

Poiché dai nostri lati i bambini morti alla nascita

stendono i loro piccoli arti su questa terra.

 

 

 

 

 

La Cattedrale della Carrozza

Vi ricorderete forse di quell’adorabile film con Fred Astaire e Ginger Rogers, ‘Top Hat’. A un certo punto, mentre la Ginger, attraversa il ponte di Westminster in una carrozza Hansom, si apre una botola nel soffitto e si vede Fred, che la stava inseguendo, e che si è fatto il cocchiere della Hansom.

L’Hansom cab (abbreviazzione per ‘Cabriolet’ – carrozza leggera a due ruote) fu un tassi, tirato da cavallo e usato nell’ottocento e i primi novecento inglese, inventato da un certo Joseph Hansom che fu anche un sommo architetto.. Tra i suoi capolavori si trova la cattedrale di Arundel.

La posizione, la costruzione, il design e la dedizione della cattedrale devono molto al Duca di Norfolk, conte of Arundel, il primo tra i Lord inglesi e l’unico rimasto Cattolico dopo lo schisma di Re Enrico VIII.

Nel 1868 Henry Fitzalan-Howard, 15º duca di Norfolk, incaricò l’architetto Joseph Hansom di progettare un nuovo santuario cattolico come controparte del suo castello di Arundel. Lo stile architettonico della cattedrale è il gotico francese, uno stile che sarebbe stato di moda  tra il 1300 e il 1400, il periodo in cui Howard e i duchi di Norfolk salirono alla ribalta nazionale in Inghilterra. L’edificio è considerato uno dei migliori esempi di architettura neo-gotica in stile francese nel paese.

 

E’ un edificio veramente maestoso con degli elementi spettacolari come i contrafforti volanti, l’apside a forma di chevet semi-rotonda francese, una flèche alla Notre-Dame di Parigi, così gravemente incendiata di recente e che condivide lo stesso stile architettonico.

 

La chiesa era originariamente dedicata alla Madonna e San Filippo Neri, ma nel 1971, in seguito alla canonizzazione di Filippo Howard, 1º conte di Arundel e il trasporto delle sue reliquie nella cattedrale, la dedica fu cambiata alla Madonna e San Philip Howard.

Philip Howard, il ventesimo conte di Arundel, fu imprigionato a vita nella Torre di Londra, quasi decapitato e morì con solo il suo cane per tenerlo compagnia. Fu fatto Santo da Papa Paolo VI nel 1970 e divenne uno dei ‘quaranta martiri dell’Inghilterra e del Galles’.

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La statua di Saint Philip, col fedele compagno a quattro  zampe, si può vedere nel transetto della magnifica cattedrale in stile ‘flamboyante’ di Arundel.

Ogni anno per la festa del ‘Corpus Domini’ si prepara per la cattedrale uno spettacolare tappetto di fiori, proprio come si fa in molti luoghi d’Italia.

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Purtroppo, non ci furono fondi a sufficienza per costruire la guglia della cattedrale ed esiste solo un mozzo di torre. Chissà se un ricco orientale non doni dei soldi per il suo completamento?

Durante la nostra visita facevano le prove per la Messa in do maggiore di Beethoven (la prima delle sue due) e la Messa a quattro voci , detta di Gloria, di Giacomo Puccini.

 

Che meraviglia sentire le loro devote sonorità echeggiare nelle volte maestose della cattedrale: armonie tedesche e poi toscane rinate in un edificio gotico francese in una cittadina tipicamente inglese illuminata da un sole di calore d’estate mediterranea. Veramente un miscuglio di squisitezza!

 

Siamo europei:

musiche si baciano

nell’alto gotico.

 

 

 

 

Il Castello del Conte di Arundel

Uno dei più grandi paradossi della nazione paradossale del Regno Unito è che il cugino della regina, il Conte di Arundel, duca di Norfolk e primo Lord della Regina – che è capo della Chiesa protestante Anglicana – è cattolico e lo è sempre rimasto anche dopo il grande schisma del Re Enrico Ottavo che, con Lutero, divise L’Europa nei due campi opposti: protestanti e cattolici.

Questa situazione dei Cattolici inglesi, opposti alla fondazione della ‘Church of England’, creò gravi problemi, anche se si era un potente nobile. Infatti, Philip Howard, il ventesimo conte di Arundel, fu imprigionato a vita nella Torre di Londra, quasi decapitato e morì con solo il suo cane per tenerlo compagnia. Fu fatto Santo da Papa Paolo VI nel 1970 e divenne uno dei ‘quaranta martiri dell’Inghilterra e del Galles’.

Il santuario di Saint Philip, col suo fedele compagno a quattro  zampe, si può vedere nella magnifica cattedrale di stile ‘flamboyante’ di Arundel.

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Inoltre, il Conte di Arundel possiede anche il titolo di Duca di Norfolk, e, come ‘Earl Marshall’ si occupa di tutte le cerimonie imponenti del sovrano: dalla sua incoronazione, alla sua morte e dai matrimoni ai battesimi e l’inaugurazione del nuovo parlamento.

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(I figli del Duca in attesa di Sua Maestà all’inaugurazione del Parlamento)

La ridente cittadina di Arundel si trova presso le gentili pendici dei South Downs, che riflettano, con la loro geologia di gesso, le North Downs al sud di Londra. Arundel è piena di caratteristiche case antiche a graticcio, cioè con strutture fatte di travi di legno. La ‘High Street’ ha seducenti negozi, specialmente quelli di antichità e librerie. Fu al ‘House on the Hill’ in questa via che abitarono i novelli sposi Dino e Elia, genitori di mia moglie Alexandra.  Andavano a prendere il latte alla latteria del castello che possedeva a quel tempo una mandria di mucche.

 

E’ il castello, però, che domina Arundel, in una maniera spettacolare. La dimora del duca di Norfolk (del quale i Verdiani ricorderanno che Falstaff, ora vecchio e obeso, fu una volta paggio:

Quand’ero paggio
Del Duca di Norfolk ero sottile,
Ero un miraggio
Vago, leggero, gentile, gentile.
Quello era il tempo
Del mio verde Aprile,
Quello era il tempo
Del mio lieto Maggio,
Tant’ero smilzo, flessibile e snello
Che avrei guizzato attraverso un anello.
)

Assume il castello, con le sue massicce torri e gli imponenti muraglioni, possesso del paese in una maniera che ho visto raramente negli altri ‘città castello’ inglesi. (Forse Carnarvon e Conway nel Galles si avvicinano a questa imperiosità).

 

La nostra mattina fu passata nell’esplorazione del castello. Prima ci siamo avviati nella parte più antica, il mastio, che risale al secolo undicesimo. Infatti, il castello fu fondato il giorno di Natale del 1067 da Roger di Montgomery, il primo conte di Arundel.

Il mastio ha panorami mozzafiato su l’idillica campagna della contea di Sussex e sull’incantevole borgo di Arundel.

 

Nella 1643, durante la guerra civile inglese, il castello fu assediato per diciotto giorni e molto danneggiato. Fu l’unica volta che fu messo alla prova.

 

Cominciando dal secolo XVIII, i conti di Arundel iniziarono a restaurare la loro dimora prodigiosamente tale che quando la regina Vittoria fece visita nel 1846 scrisse nel suo diario che un castello cosi bello non l’aveva mai visto.

Il castello possiede la sua cappella.

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Una grande sala per ricevimenti:

 

Una squisita biblioteca:

 

Delle camere carine per gli ospiti:

 

Il gabinetto usato dalla regina Vittoria:

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Il salotto per i banchetti:

 

E molte altri vani prelibati:

 

Mi sento quasi un ‘castellano’ nel numero dei castelli che ho visitato. Questo di Arundel, rimane, uno dei più magnifici e monumentali nel Regno Unito che abbia mai visto ed è tenuto a perfezione poichè rimane sempre la casa principale del conte e della sua famiglia.

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(Il Conte di Arundel in visita a San Giovanni Paolo II)

Per parlare, in seguito, dei castelli francesi, quelli tedeschi, quelli giapponesi e, specialmente, quelli italiani – ognuno ha le sue caratteristiche, i suoi tesori, i suoi angoli emozionanti. Forse il più bel castello che si possa visitare è quello che si costruisce nell’immaginazione, che è fatto di pane pepato, che trattiene una bella damigella con i capelli lunghissimi in una torretta e che vola sulle nubi.

 

Nei nostri sogni

castelli della mente

aprono soglie.

 

 

La Prima Chiesa Neo-Gotica di Londra

Molte chiese di Londra risalgono all’epoca dei Vittoriani e sono costruite in stile neo-gotico. Esiste, però, una chiesa che preannuncia questo stile architettonico da quasi duecento anni.

La chiesa di Saint St Mary Aldermary (il nome significa ‘la più antica delle chiese dedicate a Maria Vergine’) è una chiesa anglicana situata in Watling Street all’incrocio con Bow Lane, nella City di Londra.

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Di origine medievale, fu gravemente danneggiata nel Grande Incendio di Londra nel 1666. Fu nuovamente ricostruita, questa volta dal grande architetto di Saint Paul’s, Sir Christopher Wren, e, a differenza della maggioranza delle sue chiese, fu costruita in stile tardo-gotico (detto ‘perpendicolare’) poiché fu stabilito, dal donatore principale per la sua ricostruzione, che la nuova chiesa doveva essere un’esatta imitazione di quella in gran parte distrutta.

La chiesa ha tre navate e sei arcate.

La torre è all’angolo sud-ovest dell’edificio con, ai suoi angoli, torrette ottagonali.

 

I soffitti sono decorati con raffinate volte a ventaglio, un disegno che si vede nella sua massima gloria nella cappella di King’s College a Cambridge. Le volte sono certamente i dettagli che colpiscono di più quando si entra nell’interno di questa squisita chiesa.

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St Mary Aldermary è il primo importante monumento della rinascita neo-gotica inglese del XVII e preannuncia la  villa ‘gothick’ di Horace Walpole di più di cinquant’anni. (Vedere il mio post su questa villa a https://longoio3.com/2018/07/06/il-castello-londinese-di-fragole-e-panna-montata/ )

Nel 1781 fu collocato un nuovo organo, della ditta George England e Hugh Russell. Notare le canne multicolorate, una caratteristica di molti organi inglesi.

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La chiesa conduce una vita di comunità che estende oltre il suo ruolo strettamente religioso. Ospita regolarmente mostre d’arte. È sede di un ristoro che vende caffè e prodotti del commercio equo, e nei giorni feriali ospita un piccolo mercato di bancarelle fuori dalla chiesa.

All’ora di pranzo la chiesa di Saint Mary Aldermary è piena d’impiegati nella City che vengono qua a chiacchierare, contemplare o semplicemente bere una buona tazza di caffè. E’ veramente una chiesa sociale.  Ci vorrebbero più chiese che mostrino queste iniziative.

 

Soffia il ventaglio

dolce respiro di Dio:

aria dai cieli.

 

 

 

La Madrina Ritrovata

La parola inglese per padrino è ‘godfather’ e per madrina, ‘godmother’. Queste parole inglesi  più chiaramente descrivono il ruolo di una persona importante come testimone al battesimo e nella cura dello sviluppo spirituale e cristiano del neonato. Qualche volta, il padrino e la madrina possono perfino assumere il ruolo di padre e di madre se per qualche disgrazia scompaiono i genitori.

Infatti, era solo nel quinto secolo che l’importanza del padrino e della madrina fu pienamente riconosciuta dalla Chiesa

Ovviamente,  la religione dei testimoni del battesimo deve essere identica a quella dei genitori e questa fu una delle tante difficoltà che dovette affrontare mia madre quando emigrò da Milano per essere col suo marito inglese a Londra.

Sposati in una chiesa vicino a Porta Nuova (Santa Maria Incoronata?) nell’aprile del 1948 mia madre era già incinta da parecchi mesi (una situazione considerata abbastanza irregolare a quell’epoca) ed entrai nel mondo il seguente agosto nell’ospedale di Lewisham, Londra Sud-Est.

Arrivata in una grande e grigia (com’era allora) città straniera, con non tanta conoscenza di una lingua, famosa per i suoi inganni semantici, la sua grammatica eccentrica  e, soprattutto, la sua pronuncia; accolta fra i parenti di mio padre, non tutti accoglienti di una sposa da un paese che pochi anni prima era nemica del Regno Unito e, soprattutto, in una nazione protestante, la Vera volle trovare una madrina per il mio battesimo (non mi ricordo chi fosse il mio padrino). La trovò proprio tra i parenti del mio babbo poiché la madre del marito proveniva da una famiglia di cattolici decaduti. Fui battezzato nel Chiesa di Saint Saviour a Lewisham.

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Mia madre entrò in grande amicizia con questo parente che, invece, rimase cattolica. Era una cugina di mio padre e si chiamava Helen Irene Search. Di lei mi ricordo poco. Nel 1954, fu colta da un cancro, e andai con la mamma a visitarla in un ospedale. Mi ricordo la faccia docile  di Helen (di fotografie non possiedo nemmeno una) e della voce flebile, ma soave.

Poco dopo succedé l’inevitabile. Mia madre era in Italia e mi raccontò che ricevette una lettera dal marito, non con il bordo nero, ma con le parole scritte sulla busta ‘leggila in un posto quieto. Questa lettera contiene una triste notizia’.

Per mia madre la morte di una sua carissima amica, una tra le poche, che l’aveva accolta con amicizia genuina tra i nuovi parenti acquisiti in un paese straniero, l’unica della stessa religione e, certo, dello stesso livello d’intelligenza e intuizione, fu un colpo particolarmente duro. Mi ricordo che, specialmente nei primi anni dopo la scomparsa, mi portava in visita al cimitero, dove la madrina fu sepolta, quello di Erith. Il camposanto era steso su una collina non lontano dal Tamigi ,che in questa zona nell’est di Londra assume una misura quasi di grande estuario.

Un giorno soffiava un vento talmente forte dall’est che, bimbo che ero, quasi non riuscivo a starmene in piedi e non volevo attraversare il cimitero per raggiungere la tomba. ‘Forza,’ disse mia madre, ‘non vuoi visitare la tua madrina?’ E così arrivai al sepolcro.

Anni dopo, quando ero docente nel collegio di Erith, mi resi conto che il cimitero dove era sepolta la madrina era vicino e così feci una visita in compagnia di mia moglie, Alexandra. Fu facile allora distinguere la tomba e l’iscrizione si leggeva chiaramente.

La settimana scorsa sono ritornato (anche qui, anni dopo) al luogo nel cimitero, dove mi ricordavo, era sepolta Helen. Passai più di un’ora a cercarla ma senza successo. Chiesi un guardiano se mi potesse aiutare; mi riferì a un numero di telefono del servizio del comune per le sepolture. Lo chiesi ‘Ma forse è stata esumata la tomba?’ ‘Affatto’, rispose. ‘Qui, quando si seppellisce, la tomba rimane lì per sempre. Sarà soltanto il tempo a farla scomparire nelle tenebri della terra. ‘

Due giorni dopo una impiegata del comune mi mandò un email col numero e il reparto dove mia madrina fu sepolta.

Ritornai a Erith e riconobbi il guardiano del cimitero che mi aiutò a trovare quasi subito la tomba. Dico ‘quasi subito’ poiché molte tombe erano state allampanate dai cespugli, gli arbusti e le piantine grasse.

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Comunque l’ho ritrovata: l’ultimo luogo terrestre della madrina.

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Dovetti fare un po’ di pulizia per levare le piante dall’iscrizione segnando il suo nome, la data di morte (13 gennaio 1954), l’età alla morte, (quaranta tre anni) e l’iscrizione ‘Rest in Peace).

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Non avevo portato dei fiori con me ma raccolsi qualche margheritina e quelle piantine grasse col fiore giallo e le misi in un contenitore alla testa della tomba.

Mi ricordo che il monumento fu sistemato dalla famiglia immediata di Helen come pure che la tomba era una volta sempre curata. Che fine ha fatto quella famiglia?

Toccava proprio a me il figlioccio a far rivedere di nuovo al mondo il suo nome.

Forse toccherà anche a me di trovare uno scalpellino a rimettere a posto i marmi del sepolcro. Almeno la mia madrina ha ricevuto una visita. Altro che una memoria tenue, possiedo di lei un solo libro, ‘il libro della giungla’ di Rudyard Kipling, con i suoi favolosi racconti di Mowgli, Shere Khan la tigre, Baloo l’orso, e Rikki-Tikki-Tavi, la mangusta che salva la vita del ragazzino da Nag il cobra, uccidendo il serpente.

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E’ un libro favoloso, uno dei miei preferiti; una collezione di racconti che m’ispirò anni dopo a fare l’autostop, come teenager, fino all’India, nel quale paese meraviglioso, più tardi poi, restai per due anni e che rivisitai con mia moglie nel 2000 e nel 2017.

Via con il vento:

la memoria s’oscura

ma resta il cuore.

Il Parco oltre la Brughiera

Hampstead Heath è il vasto spazio verde con brughiere, prati, laghetti (in certi dei quali si può nuotare), la villa di Kenwood con la sua favolosa collezione di quadri che includono dei Rembrandt e Vermeer, giardini di fiori, viste memorabili, una profusione di fauna, e alberi bellissimi secolari.

Non finisce qui il verde però poiché attorno all’heath, cosi amato da poeti come John Keats , (la sua casa si trova a Hampstead, uno dei villaggi urbani, assieme a Highgate, più caratteristici nella zona del heath – mia descrizione nel post a https://longoio2.wordpress.com/2015/06/16/writ-in-water/  ) ci sono parchi che propongono il suo verde sempre di più. Ho già descritto Primrose Hill nel mio post a https://longoio3.com/2019/07/09/il-prato-fiorito-di-londra/. Poi c’è Parliament hill fields e a nord del heath un parco veramente delizioso, Golders Hill park.

Qui si può trovare un giardino di fiori che sono una meraviglia:

C’è un laghetto e un piccolo zoo con dei lemuri birichini proprio come quello che era beniamino dell’aristocratica Italiana Lady Virginia Courtauld nel suo palazzo di Eltham (descritto nel mio post a https://longoio3.com/2018/08/20/la-storia-di-unaristocratica-italiana-a-londra/).

C’è la casa delle farfalle:

Una parte è dedicata a una caratteristica molto frequente nell’era vittoriana e di nuovo ritornata di moda. Questa è la stumpery, letteralmente la tronconata, una parte del parco costituito da pezzi di alberi e rami morti disposti artisticamente. Il primo stumpery fu a Biddulph Grange nel 1856 e, non solo forma una parte molto particolare di qualsiasi giardino ma attira la fauna come gli scarafaggi, e i rospi e la flora come le felci, i muschi e le lichene. Il principe Carlo nella sua casa di campagna a Highgrove ha creato un stumpery e racconta che quando venne il suo babbo, il principe Filippo, in visita lo chiese. ‘Ma quando farai un falò di tutta questa robaccia?’

Infatti, lo stumpery fa un contributo di grandissimo valore all’ecologia del nostro pianeta ed è un metodo ottimo di usare pezzi di legna che sarebbero troppo costosi per rimuoverli.

Nel parco ci sono anche campi da tennis, un ristorantino, un palco dell’orchestra per i concerti estivi, e terreni di gioco per i bambini.

Il parco contiene anche un bel bosco che finisce in una suggestiva pergola.

Dopo la nostra camminata nel parco ci siamo avviati a un pub tipico che si chiama ‘The old Bull and Bush’ (il vecchio toro e cespuglio’ – c’è anche una canzone dedicata al luogo) dove abbiamo goduto qualche birretta con un compagno che non avevo più incontrato da quando ho lasciato il mio collegio di Cambridge.

Era veramente una conclusione conviviale alla nostra gita nel verde Londinese.

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Parchi polmoni,

memorie d’infanzia:

la vita gioca.

Londra Selvaggia

No. Qui non parlo delle popolari serate del venerdì quando i Londinesi lasciano le loro inibizioni e si danno al piacere lussurioso di club, spettacoli vari e anche molto – si direbbero certamente bere eccessivo.

No. Qui parlo di un altro aspetto delle vaste aree di verde contenute nella metropoli. Queste non sono parchi ben tenuti con fioriture che sono un gioiello naturale e prati verdissimi e ben curati. No. Sono proprio le misteriose oasi di natura conservate nel loro stato primitivo.

Parecchi di questi luoghi si possono trovare tramite due dei grandi sentieri ben segnalati che penetrano Londra.

Il primo è il ‘Capital ring’, lungo 126 kilometri, che attraversa posti come Horsenden Hill, l’antico tumulo del re anglo-Sassone Horsa (già descritto in un mio post a https://longoio3.com/2018/07/16/i-fiumi-e-i-canali-di-londra/), il palazzo di Eltham, il primo delle dimore reali. Anche qui c’è un mio post sul luogo a

La Storia di un’Aristocratica Italiana a Londra

Si passa per il vasto cimitero di Abney Wood, il parco Olimpico e il più grande dei parchi, quello di Richmond.

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L’altro sentiero è il green chain walk, circa settanta kilometri di lunghezza e tutto concentrato nella parte sud-est di Londra.  Quest’ultimo l’ho fatta a piedi e anche in bici e ci porta in luoghi veramente magici come la foresta di Oxleas con le sue campanule, Bostall woods con le rovine dell’antica abbazia di Lesnes e piena di narcissi selvatici a marzo e molte altre belle cose.

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Mi sono trovato su parte del green chain walk la settimana scorsa.

Prima ho attraversato il parco di Maryon-Wilson con il suo ruscello, il suo recinto di animali e i suoi alberi secolari.

 

Mi sono poi diretto verso una zona di affascinante geologia: il cosiddetto ‘Gilbert’s pit’ protetto come sito di grande interesse scientifico. Questo posto lo conoscevo da anni quando era ancora possibile fare una bella scalata sulle pareti paleogeniche.

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Ora però si può solo entrare in quella parte con un addetto poiché le pareti non sono solo pericolose, ma possono essere facilmente danneggiate da quelli in ricerca dei denti di squali di era cretacea, cioè di cinquantacinque milioni di anni fa quando questa zona era in fondo ad un antico oceano. Si possono trovare anche fossili di molluschi, spugne piante e rettili. Infatti, l’intera parete descrive una delle più complete dimostrazioni dei vari strati, sedimentari che compongono il bacino di Londra.

 

Storicamente qui ci fu un forte romano per sorvegliare l’entrare di navi ostili dalla Scandinavia lungo il Tamigi.

Più recentemente fu la tana di banditi che derubavano viaggiatori, insospetti. Infatti, parte di questa zona oscura e misteriosa si chiama ‘hanging wood’, cioè bosco dell’impiccagione poiché ogni tanto venivano i soldati dalle vicine caserme a catturare e poi impiccare i malviventi.

Ci sono begli esempi di bianco spino, betulle e querce in questa zona e sembra di essere proprio chissà dove, forse in qualche luogo dell’antico bosco che al tempo neolitico copriva tutta questa zona.

 

Pero’ ricordiamoci…siamo in una citta’ di dieci milioni di abitanti e uscendo in una radura si rivedono i grattacieli della city, e il Thames barrier, quella grande diga-a-volontà che protegge Londra dall’allagamento del Tamigi, che qui è un fiume soggetto a maree altissime quando le condizioni meteorologiche lo permettono.

 

 

Infatti, le situazioni quando si deve rialzare la diga stanno diventando sempre più frequenti a causa del riscaldamento globale. Chissà quando si deciderà di costruire una diga ancora più alta?

Uscendo dal bosco degli impiccati entro in un parco ben curato ma che conoscevo già, non perché ci sono già stato ma perché l’ho visto per la prima volta in un capolavoro di film di un grande registra italiano. Aspettate la prossima per dirvi di più pero!

Le selve oscure

rivelano la luce

del grande fiume.

 

 

Addio Elia – al nostro incontro in un luogo più felice..

Quando Elia, la mamma, di mia moglie, Alexandra, compì il suo novantottesimo compleanno lo scorso dieci giugno, mi trovavo alla casa sua di Londra; noi tre abbiamo celebrato questo grande avvenimento della sua vita pensando proprio che ci sarebbe stata una festa ancora più bella quando, tra due anni, la mamma avrebbe compiuto il suo centenario.

Purtroppo la vita rimarrà sempre un susseguirsi di avvenimenti oscuri e di mete mai raggiunte; il pomeriggio del martedì scorso, il venti cinque giugno, la persona che diede nascita a mia moglie di oltre quaranta anni, Alexandra il più grande dono della mia vita, è volata in cielo con il suo angelo custode, a essere nell’amore eterno del Creatore.

Nata a Vittorio Veneto, poco meno di tre anni da quella grande vittoria, gloriosa e amara nello stesso tempo, firmata dal Generale Diaz, le parole della quale proclamazione, si possono trovare in ogni municipio d Italia (incluso, si capisce, Bagni di Lucca), crebbe in un difficile dopoguerra quando l’intera regione veneta era ancora un luogo dove tanti fuggivano per le più prospere regioni Lombarde.

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Elia Piaia nacque vicino al fiume Meschio, che scorre tra i due antichi centri di Ceneda, luogo di nascita del librettista di Mozart, Lorenzo da Ponte, e Serravalle, la fortezza che proteggeva la Serenissima dalle incursioni austro-ungariche. Solo dopo l’unificazione dell’Italia furono i due luoghi uniti in un municipio col nome ‘Vittorio’, in onore del nuovo re, e solo due anni dopo la nascita di Elia fu aggiunto il nome ‘Veneto’. Quante vie chiamate ‘Vittorio Veneto’ ora si trovano in Italia!

Grazie all’industria intraprendente della famiglia veneta di Colussi, fondata nel 1911 da Giacomo, originario di Belluno, fu stabilita una fabbrica per la manifattura dei famosi biscotti (cito solo il nome di Baicoli) a Vittorio Veneto del 1936 e qui la giovane Elia trovò impiego. Fu nello stesso anno che colpì il terremoto del Cansiglio che Elia mi raccontava sempre con quello stesso senso di paura di allora.

La Seconda Guerra seguì poco dopo e anche qui i suoi racconti di fame e povertà mi fecero capire come sia stata quella carestia. La felicità non fu mai persa, però, e le scampagnate sull’altipiano del Cansiglio col fragore dei suoi abeti fu un sollievo dal calore estivo che affligge la pianura attorno alla citta di Vittorio Veneto.

Poco dopo la fine di un conflitto che lasciò una nazione inginocchiata, pressoché azzerata nelle sue infrastrutture, ma con un devoto spirito di riafferrare, Elia prese una decisione che poche donne di allora, con la mentalità di un’etica dove era l’abitudine per le femmine di sottomettersi alla volontà della famiglia patriarcale, dove per le donne viaggiare da solo fu considerato quasi una vergogna, dove andare a un paese ex-nemico, senza neppure conoscere la lingua e i costumi: aveva di uno spirito di coraggio eccezionale.

Elia, dunque, prese la decisione di emigrare in Inghilterra. Trovò lavoro presso il Duca di Norfolk, il cugino di Sua Maestà e l’unico cattolico di quella famiglia, ricusante della chiesa protestante e Lord del magnifico castello di Arundel. Qui incontrò un altro impiegato Italiano del duca. Tra di loro sbocciò un amore invincibile che durò fino alla scomparsa del Cavaliere Dino Cipriani nel 2008 e del quale fu frutto la nascita della figlia Alexandra, fiore della mia vita.

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Il Regno Unito anch’esso si trovava in guai estremi dopo quella guerra. Mi ricordo, per esempio, che solo nel 1954 furono aboliti i libretti per i coupon di razioni. L’Italia non doveva solo ricostruirsi economicamente ma anche riprendersi la stima che, una volta, teneva nella mente degli inglesi. Molti furono gli esempi che oggi si chiamerebbero razzisti contro gli italiani esteri d’Inghilterra: parolacce, scritti osceni appiccicati sui cancelli, lettere anonime, minacce – le solite cose che non ci dovrebbero far male, ma che lo fanno invece.

Allo stesso tempo, però, Elia mi disse che si sentiva più libera che mai in Inghilterra, lontana dalle pettegolezze e le malizie del suo paese natio.

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(Saint James Park, London)

Fu il conte Umberto Morra di Lavriano, scrittore, giornalista e anti-fascista ad assistere a rimettere la dignità dell’Italia nel suo giusto posto. Negli anni 43-45 collaborò col governo Badoglio a Bari e incontrò Ian Greenlees col quale ritenne una lunga amicizia.

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(Nel castello del Conte Morra)

In particolare, fu la fondazione dell’Istituto Italiano a Londra, del quale Morra fu direttore dal 1955 al 1959, che aiutò tanto a ripristinare l’onore e il valore del bel paese per i sudditi di Sua Maestà. Ad assistere in questo compito furono il mio suocero, Cavalier Dino Cipriani, il segretario generale dell’istituto per più di quarant’anni e mia suocera Elia che si curava della reception e, in più, aprì un ristoro nell’istituto, dove gli inglesi potevano gustare i suoi squisiti mangiarini.

A pensare quanti illustri siano passati per i portoni dell’elegante edificio dell’istituto a Belgrave Square: Bernard Berenson, Ian Greenlees, Kenneth Clark, Ted Hughes, Camillo Pennati, Giuseppe Ungaretti, Luciano Berio in compagnia di Paul McCartney e … Franco Zeffirelli per dire quelli che mi vengono in mente per primo.

Elia amava appassionatamente il suo giardino che teneva elegantissimo come un salotto. Leggeva tanto: per esempio, conosceva tutti i romanzi di Jane Austen in italiano e in inglese. Amava la musica – il coro degli schiavi da ‘Nabucco’, in particolare. Era apprezzata da tutti e poteva parlare con ogni persona, non importa se famosa o no. Certo, la società che frequentava l’istituto quando era impiegata la stimolava, ma senza mai intimidirla.

Elia ha trovato un posto nel cuore anche per Bagni di Lucca. Infatti, la sua ultima Pasqua l’ha passata qui. Mi ricordo a quell’istante il bel gesto di Marco Nicoli quando la invitò a pescare i numeri vincenti della lotteria a Fornoli.

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E le sue caminate li faceva sempre:

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(Alla chiesina di Longoio)

In ogni cosa Elia era una perfezionista; la sua vita sarà un esempio per tutte quelle persone fortunate di aver conosciuto una donna pioniera dei suoi tempi: una signora moderna in un’altra epoca, una valida contribuente a ripristinare l’onore e l’apprezzamento dell’Italia all’estero e un ricordo, che rimarrà sempre fresco, come la sua carnagione che soleggiava di gioventù fino a quel traguardo che tutti dovranno raggiungere, non si sa quando e non si sa come.

A Dio cara Elia!

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(Elia questa Pasqua)